Lo scrittore si prende il tempo, mentre il giornalista no

 

Sembra che il mio addio al giornalismo un piccolo scalpore silenzioso lo abbia fatto. Ci sono persone con le quali ne ho parlato, e in qualche modo me ne hanno dato un po’ ragione. In fondo, un addio a un’esperienza lavorativa è un diritto, anche se a qualcuno non piace. Voglio far notare che, però, nessuno dei miei “ex colleghi” abbia aperto con il sottoscritto, anche in privato, un piccolo dibattito/discussione, se non altro per scambiarsi un punto di vista. Pazienza. Ai miei “ex colleghi” non piaccio e continuerò a non piacere, il che è un punto a favore della mia piccola credibilità.

Tolta questa piccola introduzione, allora vorrei dedicarmi alla differenza che c’è tra scrittore e giornalista, specificando che i due ruoli, sebbene separati, non possono fare a meno l’uno dell’altra, ed è per questo che sostengo che “fare il giornalista” sia un’esperienza essenziale per chi vuol mettere insieme un bel po’ di cartelle e scrivere un libro.

Essere giornalista t’impone di scrivere almeno una volta al giorno, ti educa a fare sintesi, ti educa a raccontare i fatti (non a copiarli), ti educa a esporre, e se ha il piacere di avere un capo redattore o un direttore cui interessa la qualità del contenuto allora puoi solo crescere. Bisogna sapere che il giornalista è un lavoro logorante. Non sempre puoi contare su un contratto a tempo indeterminato (non a caso è visto come un lavoro precario, anche se la stessa categoria non lo ammette poiché il giornalista è visto come qualcosa di nobile, e guai se non fosse così), e soprattutto devi capire che l’esperienza può essere anche cattiva se non hai una personalità intraprendente.

Il giornalista solitamente ha due nemici: il proprio ego e l’editore.

Essere giornalista non vuol dire essere padroni al 100% della verità. Offre di sicuro il proprio punto di vista, diventando un’informazione utile per chi lo legge. Ma non è sempre la verità. Ovviamente dipende da quello che si scrive. Il giornalista resta un testimone attendibilissimo della realtà quotidiana, soprattutto se non dà peso al proprio ego/opinione (il difetto esce nei cosiddetti editoriali politici, dove la purezza dell’idea purtroppo non sempre combacia con le persone che dovrebbero rappresentare l’idea, e se questo accade allora l’editoriale il più delle volte diventa un trattato di difesa/accusa abbastanza fantapolitico e perciò esula dalla verità oggettiva, ovvero che alla fine è sempre l’essere umano che dovrebbe far la differenza).

In Italia ci sono poi giornalisti che diventano scrittori, e quando lo diventano ci prendono gusto a essere più classificati come autori e non come giornalisti, pur non rinnegando il presente/passato.

Essere scrittore è una scelta di vita prima di tutto. Non è una professione, ed è molto più precario che fare il giornalista. Per essere uno scrittore non basta scrivere il best seller. È qualcosa di più complesso psicologicamente.

Giornalista e scrittore prevalentemente si assomigliano solo perché hanno uno strumento in comune: la parola. Fotografia e video nel giornalismo sono degli optional molto rispettabili, ma la penna è fondamentale. Così come nello scrittore. Ma i punti in comune si fermano qui.

Lo scrittore può permettersi di fare un altro lavoro e durante la notte, invece di dormire, scrive il suo libro. Lo scrittore si prende il tempo che vuole per elaborare, scrivere, montare, riscrivere. Il libro è come un figlio da partorire, e prevede un lavoro del tutto diverso. Un bravo scrittore aspetta. E soprattutto riba dalla realtà. Può anche scrivere un fantasy, ma alla fine scrive quello che conosce, ed è obbligato a partire dalla realtà di tutti i giorni. Perché il lettore fa parte del mondo reale, e se vuole avere lettori sa che deve partire dal mondo reale.

Lo scrittore horror Stephen King è molto sincero nel suo saggio “On Writing” quando descrive la figura dello scrittore in generale. Ci sono altri autori che hanno scritto dei loro metodi. Tutti concordano con l’approccio sincero e con la realtà, e soprattutto che è sempre utile assorbire e leggere, soprattutto libri.

Uno scrittore bravo legge libri, e a volte i libri sono molto più attendibili di un quotidiano (ma i prodotti sono diversi).

In un quotidiano, un giornalista sa che potrebbe sbagliare. In fondo lo sbaglio è umano, ed è sempre dietro l’angolo. Questa paura di sbagliare, se non affrontata per bene, può portare una degenerazione dei contenuti, nel senso che è preferibile accontentarsi dello standard (che accontenta sempre i potenti), e non permette di crescere.

Ecco perché accade talvolta che ci sono giornalisti che riprendono i loro testi e “mutano” in scrittori, pubblicando le loro inchieste in libri. I libri vendono, e quel materiale, che poteva essere pubblicato (o magari è stato anche pubblicato, ma solo parzialmente) sul quotidiano sotto forma d’inchiesta purtroppo si perde, diventando una delle cause per le quali oggi i giornali sono in crisi oppure chiudono i battenti. Nel prossimo blog cercherò di far capire perché si legge “poco” in Italia e perché le testate chiudono o vivono in crisi.

Se il miglior pregio dello scrittore è il “prendersi il proprio tempo” che può anche durare mesi, il peggior difetto è il proprio ego. Un po’ come il giornalista, solo che qui la componente è molto più psicologica, e a volta apparire con un “ego vistoso” è solo una mera provocazione. Perché, non bisogna dimenticare, lo scrittore lavora in un proprio antro e non in una redazione. Questo perché nel proprio antro si sente sicuro e se condivide lo fa solo esclusivamente con delle persone con le quali si confida anche intimamente, cosa che in una redazione è impossibile perché ognuno rema spesso egoisticamente per il proprio portafogli da una parte, e dall’altra bisogna mandare avanti una testata (soprattutto), e se all’interno non c’è un sano spirito di squadra…

Per questo poi il giornalista che sceglie di fare lo scrittore propende per fare lo scrittore. Perché essere scrittore è abbastanza meno stressante nello svolgersi. Il problema semmai è nel mettere insieme il tutto. Ecco perché uno scrittore si prende il lusso del tempo. Un lungo comporre e ricomporre che poi porterà a qualcosa.

Questo ovviamente è un riassunto striminzito che serve a distinguere le due categorie, che purtroppo in Italia si mischiano spesso e volentieri, con equivoci straordinariamente comici e tragici allo stesso tempo. Un giornalista che fa lo scrittore, per esempio, è Bruno Vespa. Sforna un libro all’anno, e manda avanti un suo programma d’approfondimento abbastanza famoso. Si può scegliere di seguirlo o meno, ma il suo “essere scrittore e giornalista” lo rende a tutti gli effetti un “testimone del nostro tempo”. Poi c’è chi lo avversa e lo critica, ma poi bisogna sempre dargli merito che lui è parte del nostro tempo e offre un punto di vista, anche se non piace. Ma a chi non piace?

Il giornalista, in fin dei conti, sa di non piacere. Questo è forse il miglior pregio del mestiere. Purtroppo se la sua firma prende peso, deve dar peso ad una parte di realtà che ha scelto d’approfondire. Nel caso di Bruno Vespa è prevalentemente la politica. Nel bene e nel male lui offre il suo punto di vista. Poi sta a noi se leggerlo o meno, ma la sua testimonianza può essere utile.

C’è anche il caso dello scrittore che si mette a fare il giornalista. Quando accade, il rischio di provocare uno scandalo c’è sempre. È bene però che lo scrittore pubblichi qualcosa di successo prima che si occupi di realtà. Se non altro perché le copie vendute fanno numero e generano un potere d’opinione. Lo sapeva André Gide molto probabilmente quando decise di denunciare i mali del colonialismo francese nel suo “Voyage au Congo”.

In effetti, uno scrittore di romanzi che si occupa di realtà fa sempre rumore, se non altro perché probabilmente (questo succede oggi, pensate) le testate subiscono pressioni politiche da parte della politica e della proprietà collusa sempre con la politica.

Il che non vuol dire che uno scrittore sia garante della verità o debba sostituirsi alle testate giornalistiche. Ma se questo accade, è normale che qualche dubbio venga.

Eppure, spesso avviene che uno scrittore decida di affrontare la realtà e di raccontare qualcosa, se non altro per suscitare prima di tutto riflessione. Se poi la riflessione genera una reazione popolare, lo scrittore torna nel suo antro e sarà soddisfatto del suo prodotto. Sì, perché uno scrittore adora generare opinione. Gli permette di crescere il suo guadagno, ma uno scrittore ama prima di tutto essere credibile, anche se scrive fantasy.

Ho deciso di affrontare la scrittura in maniera più creativa, più umana e non giornalistica perché, in effetti, ho una sensibilità che forse non va bene per il giornalismo, e perciò è meglio che stia chiuso nel mio antro lontano dai “colleghi” che potrebbero volermene solo perché “curo diversamente da loro” il lavoro richiesto.

Sappiate che vi ammiro però, anche se non sembra visto quello che ho scritto. Io leggo. Ritengo che leggere più testate sia un ottimo antipasto per la mia creatività. I giornalisti sono i testimoni del quotidiano, e capisco il loro risentimento. Perché purtroppo combattono contro il tempo, quel tempo che io sfrutto per scrivere quando mi pare e piace e che loro vorrebbero avere.

Essere scrittore è una scelta di vita il cui prezzo è spesso la solitudine.

Ho capito che per essere scrittori bisogna saper amare la solitudine.

La solitudine regala dei momenti in cui certe cose possono essere scrutate meglio, e perciò raccontate meglio.

Poi sta al lettore scegliere che cosa leggere.

Di sicuro se legge qualcosa di più di un giornale, allora va meglio, e se legge qualcos’altro oltre al libro, allora va soprattutto meglio.

 

Aurélien Facente,

aprile 2019

 

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