Del perché ho voluto lasciare il giornalismo (Una confessione)

La notizia della chiusura/fallimento del settimanale “L’Espresso” ha riaperto in me una serie di ricordi, che sono diventati più forti nell’aver appreso la notizia attraverso una testata blog che ha cercato di individuarne le cause attraverso un’analisi forse malvagia, ma in realtà molto veritiera, che in quanto ex giornalista posso soltanto confermare, con alcune piccole differenze. Ma qui non mi voglio occupare del fallimento del settimanale “L’Espresso”, ma del mio addio al giornalismo. In verità ne scrissi già l’addio circa cinque anni fa, ma a distanza di questi cinque preferisco ribadire l’addio perché questa dimensione giornalistica non mi appartiene, o forse sono io che non posso appartenere al giornalismo italiano in generale, pur riconoscendo che in giro ci sono molti validi professionisti che credono nel mestiere e che giornalmente ricevono umiliazioni non meritevoli.

Partiamo brevemente dalla mia storia.

Per chi mi conosce bene, a Crotone, sa che ho avuto un passato da giornalista, ricoprendo più ruoli, ma quasi mai occupandomi di cronaca. Mi sono per lo più occupato/preoccupato di cultura e di socialità, passando dalla carta stampata al video in pochi anni.

L’esperienza giornalistica, per chi come me ama scrivere, è fondamentale. Perché ti aiuta a dettare i tempi, ti aiuta a ottimizzare il tuo punto di vista, perché ti aiuta ad affinare una disciplina, quella della scrittura, che va sempre ottimizzata. Ha il solo difetto del tempo. E il prezzo che si paga per chi lavora nell’informazione.

Pubblicai il mio primo articolo, affrontando la piaga sociale del bullismo, con un articolo intitolato “La Favola del Fallito e delle Pecorelle”, andando nel 2004 contro una mentalità crotonese che faceva dello scherzo contro qualcuno una filosofia del passatempo. Quel minuscolo articolo, scritto furbescamente contro una categoria di bulli, mi fece capire che la scrittura, se saputa usare, ha un enorme potere.

Grazie al giornalismo praticato, mi sono in qualche modo disciplinato.

E mi è piaciuto essere giornalista per bel po’ di tempo.

Poi è arrivata l’avventura del video. Un piccolo programma d’interviste trasmesse sul web, di forte impronta culturale. Il mio entusiasmo, però, s’incocciava con una micro-redazione che non amava tanto alzarsi dalla poltrona. Forse perché non gli piacevo. Difficilmente piaccio. Me ne rendo conto. Ma per me il giornalismo non si ferma all’Ansa o alla conferenza stampa.

Io adoravo intervistare, ma odiavo le conferenze stampa.

Io ero cresciuto con il mito di Spider Jerusalem, il personaggio principale del fumetto “Transmetropolitan” della Vertigo/DC scritto da Warren Ellis. Ma avevo anche altri miti, come Will Self e David Randall. Del primo lessi un libro, “London”, che raccoglieva molti suoi articoli, e che mi piacque per l’impronta personale. Il secondo invece scrisse un vero e proprio manuale del giornalismo “Il giornalista quasi perfetto”. Un saggio che ti spiegava tante regole interessanti, tanti aneddoti, tante tecniche. Beh, se David Randall operasse oggi in Italia, credo che si ricrederebbe.

 

Il principale garante dei giornalisti è l’editore, che a volte si confonde con la proprietà. Sebbene l’editore sia fondamentale, non sempre le visioni possono combaciare.

Ok, fin qui ci siamo. Nel pieno rispetto delle regole e del rispetto reciproco, scusate la ripetizione, ho sempre fatto tesoro della linea editoriale, nel senso che ho uno spazio che non è in casa mia, perciò devo stare sempre attento ai limiti che calpesto.

Nella carta stampata mi hanno fatto vedere quali erano i miei limiti, e più di qualche mio articolo è stato volutamente modificato (compito del capo di redazione ovviamente) per non muovere guerra.

Ma il non muovere guerra non sempre è utile nel lungo andare. Perché purtroppo permette in tali casi che certi abusi continuino a restare tali. L’informazione deve informare, ma deve anche far riflettere. La critica, se saputa fare, può cambiare qualcosina. Però bisogna avere coraggio e non avere delle ritorsioni, perché il giornalismo, quello storico, nasce proprio per dare voce alle storie, agli episodi, ai fatti. Anche il concerto di una jazz band dentro un bar può essere una storia da raccontare, e quando ti dicono che quell’articolo non va pubblicato perché “farebbe pubblicità ad un posto” … ebbene c’è qualcosa che non va, soprattutto quando sai che nella città dove operi non esistono le sale da concerto.

Nella carta stampata, mi sono occupato di fenomeni molto particolari che hanno acceso dibattito. Mi sono occupato di gioventù crotonese, cercando di essere un testimone della volontà giovanile nei primi anni 2000. Mi sono occupato di bullismo sotto varie forme. Mi sono occupato dei diritti dei padri separati, in un tempo dove il divorzio pendeva solo esclusivamente da una parte a prescindere. Posso vantarmi di aver ottenuto due piccoli cambiamenti in positivo (ecco che cosa vuol dire scrivere), come il ripristino di un parco giochi che era diventato una pattumiera di siringhe di tossici, oppure del restauro di opere pittoriche di proprietà comunali lasciate all’abbandono.

Non volevo un grazie. Non l’ho mai cercato. Ma il fatto di aver segnalato e aver avuto qualche piccolo risultato… Sono punti importanti che ti fanno credere che qualcosa la puoi fare.

Nel video, tutto cambia. Sei davanti ad uno schermo, ci metti la faccia, la voce, la dialettica, ti fai vedere per quello che sei. E qui non puoi piacere a tutti. In video mi sono occupato prevalentemente di cultura attraverso una serie d’interviste in questo programma “Ci prendiamo un caffè”, dove nello spazio di un caffè al bar conversavo con artisti e intellettuali, dando molto peso all’essere umano e il suo rapporto con il lavoro che ci si era scelti d’intraprendere.

 

In video l’obiettivo è fare ascolti, e sulla questione ascolti immediati il mio programma non poteva fare boom. Forse in tivù sì, ma su internet le cose vanno molto diversamente. C’è bisogno di più tempo, e internet, a differenza della tivù di ieri, ti concede la possibilità di vedere il programma quando meglio credi e dove meglio credi. Quindi la concezione di ascolto e di audience va letta più su una base mensile, piuttosto che giornaliera.

Ho avuto il mio spazio, pur avendo una redazione un pochino contraria, ma la strada era buona. C’è, chi, però non la vedeva così, tra cui il mio buon direttore. Ognuno ha le sue tesi e le proprie ragioni, e soprattutto il problema era sempre legato all’economia. In video, più vuoi fare più mezzi devi avere.

Insomma, al di là del rispetto reciproco che per me resta, nel 2011 la mia tesi è che su internet la notizia striminzita può funzionare, ma poi c’è bisogno del contenuto, di qualcosa di più corposo, perché se la gente s’interessa ad una notizia magari vuole approfondire, esplora, scopre, ed è così che poi il pubblico si costruisce e fidelizza. Mentre sulla tv si fa zapping, su internet una persona si collega sul sito e poi magari decide di spulciarlo. Perciò è importante il contenuto, l’approfondimento, e allungare di poco i tempi. Perché più sei chiaro, più ti seguono.

Poi un giorno tutto s’interrompe. La causa sarebbero i dati d’ascolto (se li vedi giornalmente sarebbero pochi, ma poi sommali), ma poi andavo in giro e c’era chi m’invitava a prendere il caffè (il che la dice lunga perché il titolo era entrato nella testa delle persone, elemento fondamentale per iniziare a vendere il tuo prodotto).

 

Ok, poi c’entrano i soldi, che diventano la causa principale. Non era compito mio cercare soldi. Ma c’era una strada che quasi nessuno intraprendeva.

Una strada che oggi ha fatto di Netflix un colosso economico.

Netflix produce contenuti.

Funziona ad abbonamento.

Ci sono alti e bassi.

Però produce e incassa.

Io, forse, non avrei realizzato qualcosa come Netflix, ma nel 2011 Netflix non c’era e scommettere sui contenuti e l’approfondimento era la vera sfida. Già perché puoi fare tendenza per un po’, ma se realizzi un contenuto er fare la differenza e gli altri ti copiano, nel tempo che verrà, succederà che tu sarai uguale agli altri e non potrai nemmeno permetterti di fare “il cosiddetto prezzo”. Sull’evoluzione della rete son caduti un po’ tutti, eppure era tanto semplice ragionarci un po’ su.

C’è una materia che si studia all’università. Sociologia delle comunicazioni di massa. Basta prendere un manuale di riferimento e leggerlo bene. Un buon inizio per abbracciare la sfida

Sfida che non ho potuto realizzare perché poi il contratto di lavoro non fu rinnovato, pur ribadendo che era il contenuto a fare la differenza.

E mi ritrovai in mezzo ad una strada, per di più infelice protagonista di una serie di situazioni brutte che mi avevano portato ad un passo dalla depressione più totale.

Nella mia solitudine, ho cercato di trovare qualcos’altro. Ma mi accorsi che mi sentivo avvelenato, molto avvelenato. Soprattutto nella scrittura, e quando hai la scrittura avvelenata c’è qualcosa che non va. Meglio fermarsi.

Arrivò qualche offerta nel tempo.

Ti fanno i complimenti. Vogliono il tuo prodotto, però non ti pagano perché devono pagare 1200 euro di fitto di frequenza di un altro polo televisivo. Oppure t’invitano a scrivere una rubrica sui libri, e allora per partire chiedi un piccolo budget di 50 euro per iniziare (i libri vanno pur comprati), ma non te lo danno perché lo devi fare su base volontaria. Poi ti cacciano la scusa della visibilità che poi non regge.

Visto che le offerte erano offensive, ho preferito chiaramente mettermi in disparte e dopo un po’ dare l’addio al giornalismo. Senza troppi rimpianti.

C’è un altro motivo per il quale ho dato l’addio. Si tratta di una questione di dignità. Ognuno di noi ha una dignità e va quantomeno rispettata. Almeno quella. Posso ringraziare per lo spazio proposto, ma non mi va che mi si offenda la dignità. Pensate. C’è anche gente che mi ha detto che certe cose vanno fatte gratis. E per quanto tempo? Per anni, mentre il tuo direttore/editore intasca, ma poi quello che incassa non basta nemmeno per la sua paga settimanale.

Sì, perché pensando a realizzare un tipo di notizia standard poi diventi uguale agli altri che ti copiano. Con la scusa della visibilità, riesci a prendere qualcuno. Ma quel qualcuno ha bisogno almeno di una prospettiva se vuoi che lavori per te. E poi le persone indipendenti non sono tante tollerate, ma già tra colleghi si danno le coltellate. Pensate che un noto giornalista, il buon Luigi, mi disse in faccia che non sapeva che farsene della mia amicizia, e me lo disse all’interno della redazione davanti a colleghi. Poteva anche scherzare, ma umiliare una persona in redazione. E questo è solo un episodio.

Uno dei motivi per cui certe notizie non devono essere pubblicate è la linea editoriale. Le linee editoriali sono in Italia sono prevalentemente due: 1. di tipo politico 2. e quella che dipende dalla proprietà finanziaria della testata, che poi magari è collusa con la politica.

In buona parte di casi l’obiettivo non sono i lettori, ma compiacere qualcuno oppure risparmiare.

Se ci mettete la collusione politica (nelle realtà locali è quasi la prassi) l’obiettivo è l’autocompiacimento.

Ti sbandierano l’indipendenza, ma il più delle volte è una maschera.

 

Non ho messo in conto la questione dei soldi. La maggior parte, soprattutto al meridione, sono più che sottopagati. Sia che la testata sia collusa politicamente, sia che ci sia un imprenditore dietro. Non ci sono quei grandi investitori che ti invitano a cercare di essere più vicini alla verità, perché è proprio questa che fa vendere la testata, ma poi la verità è sempre scomoda se saputa raccontare.

Ma in un mondo digitale come il nostro, non puoi solo accontentarti di scrivere e basta. Devi saper fotografare. Devi saper fare video. Devi essere più interattivo. Il lettore di oggi, essendo più interattivo, richiede queste cose. Perciò deve essere maggiormente rispettato, ed è per questo motivo che limitarsi a copiare l’Ansa o il comunicato stampa non va bene.

Così, chi volete che investa seriamente sul prodotto?

Per un bel po’ di tempo ho pensato all’addio al giornalismo come ad un qualcosa di momentaneo. In fondo, quando lo feci la prima volta, ero malato. Dovevo pensare alla mia salute. Oggi, dopo aver visto l’involuzione generale (c’è sempre qualcuno diverso, ma guarda caso non si trovano nelle immediate vicinanze), resto sempre convinto del mio addio.

Mi sono reso conto che ho mitizzato un po’ troppo il giornalismo. Credevo che il giornalismo fosse un modo di raccontare una storia per far parte della Storia, che il giornalista umano arrivasse a raccontare l’essere umano, a non aver paura di raccontare le ferite di una società come hanno fatto giornalisti (e scrittori) come George Orwell. Sono stato troppo ambizioso in questo, e devo ammettere di aver sbagliato perché in Italia, per quest’epoca storica e per questa generazione, non potrà accadere.

Ormai l’informazione è limitata, nonostante un’apparente grande scelta.

L’Espresso è fallito. Non bisogna sottovalutare la notizia.

Ma se la notizia è autocompiacimento, che cosa bisogna aspettarsi nel tempo che viene? Che i lettori/spettatori aumentino?

Il lettore, quando sa di essere ingannato, neanche si avvicina all’edicola o al sito. Si dà spesso la scusa della crisi economica, ed è anche vero. Ma la colpa è di chi non ha capito che in un momento di cambiamento di mezzi come questo, forse sarebbe stato più semplice lasciare da parte certi slogan stile “la cronaca vende” per andare incontro all’esigenza del lettore, tenendo conto che l’informazione è un servizio prima di tutto, e che se lo sai proporre come tale allora avrai sempre il lettore che investe su di te. Basta tener conto del contenuto, di come proporlo, di come curarlo. Un lettore non ingannato ti segue e investe su di te. Ci vuole solo tempo, pazienza, e tanto coraggio.

Già. Il coraggio. Un altro argomento del quale ci si può scrivere tranquillamente un libro.

Io amo scrivere. Amo raccontare. Posso capire che devo rispettare i limiti dello spazio che mi si propone. Ma non posso essere ristretto perché qualcun altro la pensa diversamente. La missione di un giornalista è raccontare al lettore una storia e fargli capire perché vale la pena essere letta, perché vale la pena raccontare la realtà. Un giornalista non è il padrone del destino degli altri, ma ha la responsabilità sul rendere più chiari i fatti del giorno, e se ha la possibilità di raccontarlo come un essere umano allora c’è chi lo leggerà.

Attraversiamo un’epoca dove il giornalismo, in generale, ha preferito la strada della leggerezza, della frivolezza, del pettegolezzo.

Io credo più nel racconto della storia, alla sostanza dell’argomento.

Ecco perché ho detto addio al giornalismo.

 

Intanto l’Espresso chiude e gli altri si lamentano di essere sull’orlo del baratro. Aspetto il prossimo. Nel frattempo, però, non chiamatemi giornalista. Non lo sono più. I giornalisti sono gli altri, tutti migliori di me e della mia misera penna/tastiera. Sono talmente bravi che sono padroni della verità. Eppure…

Sono consapevole che questo blog in particolare non piacerà, che sarò accusato di raccontare cazzate, che lo faccio per una mia misera questione personale di ricerca della visibilità. Certo che lo faccio anche per me stesso, ma credo che il dire addio al giornalismo d’oggi sia una cosa abbastanza frequente. Ci sono penne che non trovando la giusta espressione se ne vanno e basta. Anche certe firme sconsigliano di fare il giornalista. Sono addirittura usciti articoli su questo fenomeno, ma mai in prima pagina guarda caso, e mai contemplati dai tg o dalle testate d’approfondimento.

Io ho fatto la mia esperienza. Non la butto alle ortiche. La considero utilissima ancora oggi. Ho anche dei bei ricordi. Ma le delusioni superano alla gran lunga i bei ricordi. E perciò preferisco dire addio. Perché sono un essere umano anche io, e devo guardare prima di tutto la mia salute e la mia dignità. Perciò mi son liberato di quello spazio stretto che volevano impormi.

Ma adesso le cose stanno cambiando. Poco alla volta, ma cambiano.

Il settimanale L’Espresso è fallito. È questo il dato di fatto. Se soltanto voi aveste dato peso a ciò che vogliono i lettori e non il vostro autocompiacimento…

Ok. Ho finito. Addio giornalismo.

Ritornerò a farlo solo quando sentirò che la mia dignità sarà rispettata.

 

Aurélien Facente

aprile 2019

 

NB: ho accennato ad un articolo per quanto riguarda la chiusura del settimanale L’Espresso. Qui trovate il link: Fallimento Espresso

 

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