Dietro la pioggia battente c’è sempre qualche storia invisibile

Non una bella giornata qui a Crotone. Il grigiore del tempo oscura il cielo azzurro, e la pioggia cade forte a Crotone e in Calabria. La psicosi facebookkiana si muove tra preoccupazioni e fake news, dettate anche da una certa ignoranza del territorio. La pioggia cade incessante e forte, riportando allo shock del 1996, in quell’alluvione crotonese che ha portato via delle vite. La pioggia cade violenta, e dietro la tastiera di un computer ti rendi conto della fragilità degli altri che giocano a fare i forti, e poi per l’acqua battente piagnucolano, si preoccupano, si fanno prendere dal panico, qualcuno scrive anche terribili cazzate. Molti attaccati al telegiornale a cercare la notizia di qualche miglioramento, come se il meteorologo avesse la forza di fermare il tempo. Arriva la notizia della vittima dall’altra parte della Calabria. Una donna e un bambino uccisi purtroppo dalla casualità di un terribile tempo che non si arresta. La fragilità nelle persone aumenta. È come se ti obbligassero a seguire per forza la pioggia, mentre la tua esistenza non deve andare avanti. Qualcuno ti obbliga a cercare parole per una persona che non conosci, come se quelle parole fossero lette da chi dovrebbe recepirle. Una vita che purtroppo non tornerà e devasterà irrimediabilmente il cuore di qualcuno.

La tempesta prima o dopo si fermerà, e si parlerà che si poteva evitare la tragedia. Sì, forse, ma nessuno può arrestare la rabbia violenta della natura. Puoi deviare l’acqua, ma magari quella stessa acqua colpirà qualcun altro. Una verità terribile che, però, dovrebbe farci capire che per quanto forti vogliamo essere dobbiamo prima di tutto riconoscere la fragilità che si nasconde dentro di noi.

Io sono tranquillo. Resto chiuso a casa con il diabete che devo controllare, perché oggi mi sa che non potrò muovermi come meglio credo. Arriva la telefonata del Comune di Crotone, ben due volte. Mia madre risponde due volte e si attiene alle preghiere dell’operatore. Restare dentro casa.

La pioggia continua a cadere, in compagnia dei lampi e dei tuoni dal tono arrabbiato. Ed io che mi metto a pubblicare le foto di qualche giorno fa. Un backstage di un evento, un dietro le quinte per mostrare che dietro uno spettacolo c’è sempre un lavoro. Sì, lo spettacolo deve andare avanti. Una regola crudele che nasconde però una verità che non si può negare: continuare a vivere per onorare al meglio chi ha perso la vita.

Ascolto la pioggia, e ricordo la mattina di sette anni fa quando il mio cuore fu strappato perché persi il sorriso della donna che amavo. Ieri era l’anniversario della sua scomparsa. Ogni anno le scrivo qualcosa, oppure le dedico qualcosa. Mi fermo. Mi dedico a lei, e le prometto che fin quando vivrò continuerò a lavorare, a fotografare, a raccontare. Perché la mia testimonianza potrà non essere letta, potrà essere criticata, contestata, presa in giro. Ma le mie parole resteranno per ricordare un giorno, il 5 ottobre 2018, che entra comunque nella storia di una città, Crotone, che forse riceve quello scossone necessario per dire basta a certe sciocchezze.

Intanto, ti rendi conto che comunque tutto tiene, che chi doveva lavorare per mantenere l’ordine e la sicurezza lo ha fatto in maniera egregia. Sai di qualcuno che apre le porte del proprio ristorante per offrire un pasto a chi presta soccorso sotto la pioggia battente alle persone in difficoltà. Sì, perché sotto la pioggia battente magari scopri e sai che c’è una comunità che apre le porte del proprio cuore, e cerca di dare una mano per quello che può. Anche questo serve per sopportare una giornata difficile.

Non mi faccio prendere dallo sconforto, dalla preoccupazione, dalla negatività. Non può piovere per sempre. Prima o poi finirà questa pioggia.

Infatti, per un po’ si ferma. Pausa. Esco. Sì e no saranno le sette di sera.

La città è buia. I negozi sono chiusi. Qualche coraggioso esce per prendere una boccata d’aria. Una breve passeggiata. Per un attimo rivivo l’atmosfera del 1996, non del 14 ottobre, ma dei giorni successivi. La città era cupa, triste, senza luce. La visione delle persone che facevano la fila per prendersi l’acqua. Un’atmosfera da guerra. Ricorderò sempre quella fila, mentre io, diciottenne fortunato, mi fermavo a guardare per la semplice curiosità di guardare. Sì, io ero fortunato ad avere l’acqua a casa. Si contavano i danni, si facevano i funerali, non si andava a scuola. Non mi piaceva andare a scuola, ma in quella settimana non mi piaceva il non andare a scuola. Mentre la città cercava di ripartire, io da adolescente confuso pregavo di riprendere ad andare a scuola. Perché era necessario ripartire in qualche modo.

Oggi vedo quei ricordi sotto un altro occhio, più adulto e meno ragazzo. E non c’è la fila per l’acqua, ma solo il sussurrare di persone che forse pensano soltanto a prendere respiro.

Un caffè alle macchine distributrici, e lì faccio la fila perché ci sono persone che hanno bisogno di un caffè o di un tè o di un latte caldo. La particolarità è che sono gli stranieri della nostra città. Loro hanno una percezione diversa della pioggia. Dialogano nella loro lingua, e si scambiano parole di speranza molto probabilmente. Chissà. Però aprono la fila per farmi passare e prendere il mio caffè nella massima tranquillità. Ovviamente faccio un cenno di ringraziamento. Seduto all’angolo ci sta un tizio, anche lui di un’altra terra, che sta cercando di comunicare con la sua terra attraverso il proprio smartphone. Ha la tipica faccia di chi ha bisogno di rassicurare che dopotutto lui sta bene.

Faccio una passeggiata sotto i portici. Il mio occhio si ferma su un’automobile, stranamente decorata per matrimonio. Dentro c’è la sposa, e lo sposo, e il testimone che telefona ad un ristoratore per chiedere di riaprire il ristorante, anche se sanno che c’è l’ordinanza del sindaco da rispettare. Non sono di Crotone, ma di qualche paese vicino. Li osservo. E non li condanno, né li critico. Sotto certi aspetti li ammiro e li rispetto, perché quella coppia aveva programmato da tempo il matrimonio, e le rispettive famiglie si erano prodigate e sacrificate perché quelle nozze fossero celebrate. Il matrimonio è qualcosa che va programmato con cura.

Volevano soltanto andare al ristorante, e accontentarsi. Non volevano a tutti i costi la cena. Massimo mezzanotte, e tutti a casa. Solo perché c’erano ospiti che si erano fatti centinaia di chilometri per assistere al giorno più felice della coppia.

Non so com’è finita la storia. Però mi sono immedesimato un po’ nella coppia. Avrebbe dovuto essere il loro giorno, eppure tutto non andava per il meglio. Sono attimi dove ti sforzi di mantenere la calma, di essere il più educato possibile, di cercare di fare il possibile. Avrebbero forse potuto scegliere un altro giorno, ma la verità è che hanno programmato le nozze settimane prima, e non potevano nemmeno pensare di aver a che fare con la furia della pioggia battente.

Come fai a prendertela con la natura quando si arrabbia? Come fai a prendertela con la pioggia quando non cessa la sua forza?

Mi allontano. Non posso aiutarli. Mi auguro che questo giorno sia da stimolo per affrontare meglio le quotidianità di un matrimonio che viaggia tra alti e bassi, e che quando affronteranno i bassi forse riusciranno a essere più uniti che mai, a cercare di sorridere insieme sempre e comunque.

Intanto la loro storia resterà invisibile ai tanti, perché è una storia invisibile, ma unica.

Rientro a casa. Passerò la serata guardando un film, oppure leggendo un libro. Non lo so. Qualcosa farò, mentre la pioggia continua a battere.

Adesso è notte. Mi sono messo a scrivere. Aspetto una pausa prima di uscire con il cane. Intanto la pioggia continua a battere, a volte con forza, a volta con meno energia. Non mi domando quando finirà. So che finirà, e la città asciugherà le sue lacrime.

Perché alla fine, giusto per fare una citazione da luogo comune, non può mai piovere per sempre.

Aurélien Facente,

5 ottobre 2018

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