Storia di una foto preziosa

 

Agosto. Una gita fra amici. Spensieratezza. Crotone. Calabria. Poi la Sila. Il Tirreno. Cosenza. Paola. Fiumefreddo Bruzio. È il 12 agosto, una calda domenica dove però passando dalla Sila si è passati un pomeriggio al fresco.

Ho già affrontato tre interventi agli occhi. Il 20 luglio è stato operato l’occhio destro, il più danneggiato.

La gita scorre tranquilla, tra risate varie con un buon spirito d’avventura. Ma sono concentrato sui miei occhi, su come adesso riesco a vedere più nitidamente dei particolari che prima non riuscivo a vedere.

La retinopatia diabetica è una corsa contro il tempo, e il buio diventa il nemico principale. Il degrado dei miei occhi è avvenuto in maniera molto discreta. Non mi stavo accorgendo di nulla, se non quando ho cominciato ad avvertire forti vertigini, sempre sotto alla luce di un tramonto o di un’alba. Per tutto l’inverno, per gran parte della primavera fino alla prima estate, io ero diventato nemico della luce che mi stava facendo male, molto male.

I miei occhi erano diventati fragilissimi. Non riuscivo nemmeno più a leggere. E soprattutto era dannatamente difficile scrivere. Per non parlare della fotografia. Una riduzione delle mie attività che mandavo avanti al minimo, giusto per non perdere l’esercizio.

E nel frattempo osservavo i cambiamenti violenti del mio corpo, mentre lottavo a rimettere in equilibrio un diabete, che era la causa della retinopatia.

In quel giorno di agosto ho ripensato a tutta la lotta. Certo, mi sono curato. Mi sono affidato alla bontà dei medici. Ho seguito le istruzioni. Ma alla fine sono sempre io quello che lotta. E mi considero fortunato anche, ma sono anche coscienzioso che non ne sarei uscito se non avessi rispettato le regole principe.

Purtroppo, per quanto tu possa rispettare le regole, c’è sempre qualche dispetto del diabete. Non puoi farci nulla. A volte serve fermarsi.

Ed è stato un bene. Avevo bisogno di un approccio nuovo, diverso, più personale. Avevo bisogno di riavere un dialogo con me stesso.

In quei lunghi giorni di non attività, alla ricerca di un equilibrio che faticava a tornare, pensavo ad avere una nuova possibilità per me stesso. Io non ho paura della morte o della malattia. Avevo paura di non poter usare più i miei occhi. Non poter più scrivere. Non poter più fotografare. Restare ostaggio del buio, anche se non si tratta di quel buio dove ho trovato spesso rifugio. Era un tipo di buio diverso, più cupo.

Non ho mai permesso a me stesso di arrendermi, non questa volta.

E adesso riesco a vedere di nuovo. Ed è bello vedere il mondo con una luce che sembra nuova.

Arriviamo a Fiumefreddo Bruzio, un paese di montagna riverso sul mare. Appuntamento al Castello di Fiumefreddo Bruzio. C’è gente che passa a visitare il monumento più importante della piccola cittadina. Da lì sopra godi di un panorama a dir poco unico. Ma man mano che passa il tempo, c’è anche gente che vuole soltanto vedere il tramonto.

A Crotone, il tramonto non lo vedi sul mare.

A Fiumefreddo Bruzio, invece sì.

Per me quel tramonto è la prova del nove.

Aspetto i giusti colori.

Ho solo paura di essere vittima di violente vertigini. So che non le avrò, ma ricordo nitidamente quando il respiro aumentava fino a soffocarmi, a sentire le gambe che mi tradivano, ed io alla ricerca di un appiglio per fermare quel treno violento di emozioni che mi prendevano a pugni. Camminavo a testa bassa pur di ritornare a casa e sdraiarmi, per fermare quelle brutte vertigini e quelle brutte reazioni del mio corpo.

Ma adesso il peggio è passato.

Sono di nuovo in piedi, con tanta voglia di rimettermi in gioco.

Il sole inizia a scendere.

Cambia colore. Un arancione molto forte mi si piazza in faccia, e non ho dolore. I miei occhi non fanno fatica a osservare e ammirare quell’enorme corpo arancione che si sta addormentando sul Tirreno. Mi lascio accarezzare dai suoi raggi.

Preparo la macchina fotografica. Voglio portarmi nel cuore questo tramonto speciale. Voglio poterlo guardare quando desidero. Non voglio avere paura. Voglio solo fare un ringraziamento gentile. Per quanto sembra assurdo, alla fine è proprio la visione di questo sole che mi porta nuova linfa di desiderio, di voglia di vivere.

Punto l’obiettivo, e poi click.

Ne faccio un’altra giusto per sicurezza.

E sono molto felice.

Questo tramonto per me è il traguardo più importante.

Ritorno dai miei amici, sapendo che ho sconfitto una paura che mi stava mangiando l’anima.

E posso dire di essere tornato. Manca qualcosina, ma so bene d’essere tornato. E soprattutto di non avere paura.

 

Testo e fotografia di Aurélien Facente,

settembre 2018

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