Piccolo Grande Uomo atto VII (Se vuoi essere un esempio, Giuseppe…)

 

Se vuoi essere un esempio, Giuseppe…

Solo una volta l’ho visto nervoso, indisposto, e diciamolo pure: incazzato. Non dimenticherò mai quella sera, verso l’aperitivo, dove Giuseppe aveva una di quelle facce.

Ricordarsi di quella sera è facile. Per tutto il tempo, Giuseppe non si era mai lamentato, e se l’ha fatto non ha mai usato toni duri, ma con delicatezza ed estrema educazione.

Ma Giuseppe stava forse chiedendo troppo a se stesso.

All’angolo esterno del bar, presi subito l’occasione di parlargli.

“Zio Aurélien, lascia stare.”

“Lo so che non saranno affari miei, ma tu hai bisogno di sfogare il tuo nervoso. Non va bene che sei qui al lavoro con una faccia incazzata. Quindi adesso mi spieghi che cosa succede. Non risolverò il tuo problema, ma almeno libererò da qualche scrupolo il tuo capoccione.”

E così Giuseppe mi spiega il problema. Un classico problema emotivo di famiglia.

“Tutto qua?”

“Zio Aurélien, io sono l’uomo di famiglia e ci tengo che ci si comporti a dovere.”

“Giuseppe, vuoi che in famiglia ti ascoltino? Allora la prima regola da seguire è la seguente: prima di tutto ti calmi e non essere autoritario, bensì autorevole.”

“Non ti seguo.”

“Io mi rendo conto che tu, più di tutti, hai fatto un notevole balzo in avanti per la tua maturità. Ma sei ancora un ragazzo, e continui a ragionare da ragazzo.”

“Pure tu ti ci metti.”

“Sì, e per un semplice motivo, anche se per te suona stupido: sono più grande di te. Ho un po’ più di esperienza. Non ho avuto figli, ma ho visto tanti genitori, e se vuoi essere un genitore serio per la tua famiglia devi dimenticare di essere autoritario. Ma devi essere autorevole.”

“E che cosa dovrei fare?”

“Prima di tutto non devi essere aggressivo. Se ti ho fatto raccontare il problema, è per fartelo vedere sotto un’altra prospettiva. Tu ci vedi uno sbaglio enorme, e ti dico che hai pure ragione. Ma a volte devi lasciare che si sbagli, visto che in tale questione sembra che nessuno si farà del male sul serio. Perciò, a volte, è meglio lasciar sbagliare per poi capire. Se tu usi un atteggiamento aggressivo, tu farai soltanto accelerare la questione. E allora sì che i rischi aumentano.”

“E che cosa dovrei fare?”

“Devi ascoltare. Devi lasciar vivere l’emozione. Tu devi essere la spalla di cui fidarsi. Hai tante responsabilità, Giuseppe, ma tu dimentichi che ti vedono ancora come un ragazzo. Perciò devi evitare di essere aggressivo. Affronta la questione con allegria, e ogni tanto lascia che si sbagli. Tu devi soltanto sincerarti che sia una questione dove nessuno si farà male, e allora sì che dovrai essere fermo. In questa società purtroppo vi abituano a soffocare le emozioni. Tu non devi soffocare le emozioni di nessuno, ma neanche le tue. Falle vivere queste emozioni, e falle vivere pure a chi è più piccolo di te. Solo così puoi sperare che possano crescere nel migliore dei modi, e solo così saprai dimostrare l’amore per tutta la tua famiglia.”

“Quindi che cosa mi consigli di fare?”

“Ti dirò come finirà: che tu domani mi dirai che non si è trattato di un dramma e che si è risolto tutto per il meglio.”

“Ti posso chiedere una cosa? Ma come fai a stare calmo. Cioè, lo so che sei più grande di me, zio… Ma tu la prendi troppo alla leggera…”

“Ti faccio una domanda: è più importante la serenità della tua famiglia o restare qui stasera con quella faccia d’incazzato che ti ritrovi? Domani mi darai la risposta. Per adesso torni al lavoro, e voglio un sorriso stampato in faccia.”

Già, Giuseppe sentiva il carico eccessivamente. Voleva essere a tutti i costi considerato come “l’Uomo di casa”, e anche se si meritava il titolo sotto molti aspetti non era giusto che gli si chiedesse troppo. La fretta di crescere, il più delle volte, fa perdere gli obiettivi.

Giuseppe, comunque, si diede una bella calmata. Svolse bene il lavoro quella sera al bar.

La sera successiva, Giuseppe si diede la calmata.

“Allora?”

“Avevi ragione, zio Aurélien.”

“E come l’hai risolta?”

“Stando fermo e vigile, e con un bel sorriso stampato in faccia. Ho capito il tuo discorso sulle emozioni. Mai negarle. Lasciarle passare.”

“E alla fine?”

“Ho fatto un discorso serio. Ho fatto capire che ci tengo alla correttezza, alla buona educazione. Zio, la mia famiglia ha già tanti troppi problemi. Perciò ci tengo a dare un’immagine tranquilla. Poi mi sono reso conto che non sono il solo a dover crescere, e che devo lasciare agli altri anche il tempo di crescere.”

“Ma che bravo il mio caro Giuseppe.”

“Ti posso chiedere una cosa, zio?”

“Sì.”

“Beh, quand’è che me lo fai il servizio fotografico… Perché, vedi, io sono figo e voglio conquis…”

“Smettila… Ti farò il servizio fotografico, anche perché te lo stai meritando. Ma sarò io a decidere quando. Intanto adesso torni al lavoro, e poi se mi porti un buon risultato da scuola allora sì che te lo faccio.”

“Non è giusto.”

“Le regole valgono per tutti, e mettila così: io voglio fotografare un uomo che ragiona, non un ragazzino che gioca a fare il figo. Continua a crescere, e vedrai che ti farò delle belle foto.”

 

Vuoi essere mio zio, per davvero?

Una sera come tante altre. Un aperitivo non tanto frequentato. Giuseppe al solito angolo a giochicchiare con il cellulare, in attesa di un’ordinazione. Ci sono giorni a Crotone dove il lavoro principale è uccidere la noia. Giuseppe è sempre lì. Può piovere, può nevicare, può anche esserci una bella serata. Ma Giuseppe è lì, pronto a servirti.

Mentre mi avvio dentro il bar, Giuseppe mi fa: “Scusa, zio Aurélien… Posso chiederti una cosa?”

“Dimmi. Basta che non sia una fotografia.”

“No. Volevo chiederti se potevi essere mio zio, per davvero…”

“E perché? Non hai già abbastanza zii? Cioè, io ti autorizzo a chiamarmi zio, ma solo per un fattore di età. Ma perché dovrei diventare tuo zio per davvero?”

“Domani sera ci stanno i colloqui a scuola. Ecco, ci vorrei andare con te perché sei un personaggio…”

“Addirittura… Dimmi un po’… Non è che hai combinato qualche cavolata?”

“No… è che tu hai una personalità che può contrastare i professori, quindi ho pensato a te.”

“Giusé, ce li hai i soldi per pagare l’attore?”

“Ti fai pagare per essere mio zio.”

“Certo, altrimenti se mi vuoi gratis facciamo come in quel film di Pierino dove io gioco a fare lo zio e tu giochi a fare Pierino. Sai che cosa succede ai colloqui? Che per ogni voto basso arriva il ceffone. Se vuoi che faccia lo zio gratis ti devi accollare il rischio del ceffone. Non vorrai che poi scoprano che io sono tuo zio per finta?”

“Ma a forza il ceffone mi devi dare?”

“Certo. Ho lasciato fieramente la scuola almeno 20 anni fa, e tu non eri nemmeno nato. Ho giurato a me stesso che non ci sarei tornato, soprattutto ai colloqui. Ma visto che mi hai fatto un’offerta e non posso essere pagato, allora voglio darti qualche ceffone. Soprattutto dopo quella storiella di Frosinone… Cioè, io avrei qualche problema a sostenere un nipote che di testa sua ha stravolto la geografia…”

“E come posso pagarti, zio?”

“Beh, visto che sei così figo da piacere a tutte le donne, farai un piacere a tuo zio. Io purtroppo non ho l’età delle tue amiche, ma di qualche tua professoressa sì. Ecco, trovami qualche professoressa single oppure divorziata. L’età non conta. Basta che non sia vicino alla pensione. Ecco, tu me la presenti, e mi aiuti, diciamo, ad avere una storia. Così l’affare conviene a te perché così mi faccio l’avventura con la professoressa, naturalmente con scopo di fidanzamento, e così ti guadagni una bella raccomandazione, visto che il tuo caro zietto poi provvederà alla felicità della tua prof, che nello stesso tempo ti sarà riconoscente e quindi non ti boccerà nella sua materia. Ti piace come affare?”

“Sì, mi sa che c’è qualche professoressa divorziata che ha bisogno di amore. Concludiamo l’affare, zio?”

“Giusé, mettiti al lavoro allora. Ma non vado ai colloqui di domani, bensì a quelli del primo quadrimestre.”

Giuseppe s’è messo al lavoro. Ha cercato di trovare la professoressa adatta a zio Aurélien. Ogni giorno se ne veniva con qualche news, solo che le beccava tutte sposate. Questo gioco è andato avanti per almeno un mese.

“Beh, Giusé, a quanto pare sono tutte occupate.”

“Già. Okay, mi devo rassegnare.”

“Se ti può consolare, ti dico che il gioco mi ha divertito assai. Anzi, hai saputo farmi ridere. E non è semplice farmi ridere.”

“Però è un peccato che tu non sia mio zio.”

“Giusé, a me farebbe piacere avere un nipote come te. Possiamo sempre essere zio e nipote, per quanto mi riguarda. Ma tu, durante l’arco dell’anno scolastico, non devi aver paura dei brutti voti. Hai nove mesi per dimostrare che ti puoi formare. Vivi una situazione difficile. Lavori la sera, fino a notte tarda, e poi la mattina vai a scuola. È massacrante. Lo so. E poi qualche prof fa finta di non capire la situazione. Ma tu devi prenderti il tuo tempo. I conti si fanno alla fine. L’intelligenza ce l’hai, la tenacia pure. Perciò non aver paura dei brutti voti. Alla tua età qualche caduta ti è concessa. Quello che ti deve interessare è arrivare all’obiettivo finale, ossia il diploma. Quindi non arrabbiarti se qualche professore ti riprende perché non hai studiato. Non è a loro che devi dimostrare qualcosa. Tu devi soltanto pensare a costruire te stesso, e se il diploma ha un anno di ritardo non è così grave come tu puoi pensare.”

“Zio, ti voglio bene.”

Giuseppe mi voleva come zio da un po’ di tempo. C’è la sua parte di ragazzo che ne ha bisogno. Una figura che possa pungolarlo come si deve, ma nello stesso tempo che gli dia la fiducia necessaria. Lo so che non posso essere suo padre, ma nemmeno suo zio. Però capisco i suoi momenti di solitudine e di sconforto.

Giuseppe resta pur sempre un ragazzo che deve sfogare le sue emozioni. Mi trattengo quasi ogni notte per fargli capire che deve tenere duro e che lo deve fare senza prendersi in giro.

Oggi, molti ragazzi vivono un mondo difficile. Gli danno solo la fretta di portare a termine un programma scolastico, a discapito delle emozioni. Solo fretta e basta.

Giuseppe cammina con me nella notte. Si confida il giusto. Cerco ogni sera di sdrammatizzargli la questione scuola, di fargliela vedere sotto un’altra prospettiva. La scuola non è un obbligo, ma un rifugio dove poter cogliere l’occasione di essere migliore. E poi non bisogna rimproverarsi di un 4 o un 5.

“Giuseppe, tu devi imparare a fare la differenza, perché è nel saper fare la differenza che dimostrerai di essere qualcuno. Perciò cerca solo di fare del tuo meglio.”

“Ti voglio bene, zio.”

Preferisco dargli una pacca sulla spalla, per fargli sentire la mia presenza, per fargli capire che faccio il tifo per lui.

Giuseppe, stai andando bene, più che bene…

 

Continua…

Aurélien Facente, 2018

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