Moebius e Giraud, il perfetto “Doppio Io”

 

Il 10 marzo 2012 venne a mancare Jean Giraud, alias Gir, alias Moebius. Uno dei pochi artisti del fumetto (ma non solo) che vanno definiti “Artisti” con la A maiuscola.

Chi vuole scrivere storie, chi vuole disegnare, ma anche chi vuole realizzare cinema… Beh, non può fare a meno di non studiare qualcosa dell’arte di Giraud o di Moebius.

Il western di Jean Giraud è forse il rinnovamento di un genere che va ben oltre la classica visione. Blueberry inizia timidamente il suo percorso nel fumetto francese. Realizzato in coppia con lo scrittore Jean-Michel Charlier, Blueberry diventa un appuntamento fisso in Francia e dintorni, abbattendo il genere western in confini nuovi e molto più adulti. Qui il western non è tipicamente americano, fatto di eroi con la stelletta e gli indiani cattivi. Non è neanche il western cui Tex Willer ci ha abituato in Italia. Il tenente Blueberry è ben altra cosa. Certo, c’è avventura. Ma poi attraverso l’avventura esplori un mondo fatto di uomini cattivi, sporchi, corrotti. Ma qui Jean Giraud si scatena nel disegno. Accurato, preciso, splendido, epico. Ogni volume è un processo artistico notevole. Qui il fumetto, o meglio la bande dessinée, non è più solo semplice intrattenimento. Diventa altro. Il connubio tra Charlier e Giraud è unico, rarissimo, e anche arduo nel periodo degli anni 70’. Primi tratti di sperimentalità, fino a quando Giraud decide di diventare Moebius, l’artista che irrompe con forza nella nona arte, rompendone le regole.

 

Moebius non è un autore di fantascienza, seppur la sua bande dessinée si occupi di fantascienza a livello visivo. Moebius è uno scrittore sperimentale prima di tutto. E la sua scrittura si unisce nel disegno, realizzando il celeberrimo “Garage Ermetico”, una storia che rompe gli schemi della sceneggiatura classica che porta a vivere il fumetto sotto nuovi aspetti letterari e visivi. Il “Garage Ermetico” non si può riassumere. Bisogna viverlo. Così come Arzach (conosciutissimo in Italia perché un vecchio programma Rai come Mixer ne utilizzò il protagonista per farne la sigla), uno dei pochi fumetti muti capace di entrare nel mondo dell’Arte, senza sfigurare davanti a soggetti artistici come Salvador Dalì o Pablo Picasso. Moebius dimostra che il fumetto è Arte.

Infine il connubio artistico con Jodorowsky, lo scrittore venuto da lontano e che viene coinvolto anche lui nella realizzazione di storie, la saga dell’Incal su tutte.

Jean Giraud dimostra negli anni che il fumetto può ambire ad altro, e che può soprattutto interagire con altri generi come la letteratura e il cinema. Sì, perché le visioni di Moebius influenzeranno di molto il cinema. Alien ne è un esempio. Lui non realizzerà il look dell’alieno, ma sarà l’ideatore degli spazi e della tecnologia della Nostromo. E questo influenzerà molto l’aspetto della fantascienza visiva negli anni a seguire. Per avere la summa della visione artistica di Moebius basta guardare Il Quinto Elemento diretto da Luc Besson, un film stranamente messo da parte nella programmazione televisiva italiana. Eppure in tutti quei colori si possono vedere bene le visioni di Jean Giraud, che rende questo film un vero e proprio spartiacque nella fantascienza che verrà, soprattutto a livello visivo.

C’è però un Jean Giraud più intimo. Verso la fine degli anni 90’ uscì una sua autobiografia intitolata “Il mio doppio Io”, anch’essa non ristampata. Si tratta di un tesoro di biografia. Sì, conosciamo l’uomo. Ma conosciamo soprattutto l’artista, e capiamo il suo bisogno di uscire dalla gabbia in cui s’era chiusa l’arte del fumetto, un genere in Francia riconosciuto ma bisognoso di aprirsi alle altre arti. Un vero e proprio lungo viaggio, dove scopriamo un Giraud un po’ Ulisse ad un certo punto decide di viaggiare con le sue ali, per diventare Moebius.

Non dimentichiamo “Métal Hurlant”, la rivista più sperimentale della nona arte. Sì, perché è in questa rivista che Moebius si affaccerà al mondo. Ma il merito di questa rivista è che equipara i fumettisti agli scrittori, ai registi, ai pittori. Qui il fumetto non è una sottospecie di arte, ma Arte con la a maiuscola. Anche le neuvième art deve giocare le sue carte. Certo, ci troviamo in Francia, negli anni 70’, dove tutta l’arte gioca un ruolo importantissimo. Sono stati gli anni successivi agli scrittori Camus, Sartre, Simone de Beauvoir… Ma sono anche gli anni del cinéma français, un cinema più letterario… Sono gli anni post 1968, anni molto diversi da quello che accadeva in Italia. Sì, perché il 1968 francese è stata una battaglia culturale che ha permesso negli anni successivi a dare al fumetto e alle altre arti di essere quantomeno rispettate, a differenza dell’Italia che ha vissuto gli anni successivi forse troppo politicamente, pur producendo tanta bella arte. Ma questa è un’altra storia.

 

C’è una storia che Moebius ha disegnato per la Marvel. Una storia unica. S’intitola “Parabola”. Protagonista: Silver Surfer. La scrive Stan Lee, ma è come se non l’avesse scritta. Più che altro avviene il discorso contrario. Stan Lee era molto imponente nell’imporre la sua visione di storia, pur lasciando libertà agli artisti con i quali ha collaborato. Qui Stan decide di assecondare la visione di Moebius perché non può farne a meno. Anzi, è proprio la libertà di Moebius a rendere particolare questa lotta tra Silver Surfer e Galactus, dove alla fine non conta la lotta tra i due alieni, bensì la riflessione finale che fa intendere che Silver Surfer è il solo fumetto Marvel che Moebius poteva disegnare.

Oggi Jean Giraud non c’è più. Sono sei anni che manca. La sua opera continua a essere pubblicata, quindi è relativamente semplice procurarsela e lasciare uno spazio nella propria biblioteca dedicato a quest’artista unico.

Rileggo, quando posso, le storie che ha lasciato. Entro nel suo mondo. Mi faccio accompagnare da Blueberry. A volte sogno…

Di Moebius ce n’era uno solo. Anche di Gir ce n’era uno solo.

Un perfetto “Doppio Io” che non va dimenticato.

 

Aurélien Facente

marzo 2018

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