Black Panther, l’eroe incompreso e vincente

 

   Ho visto il film “Black Panther” una settimana fa. Il film mi è piaciuto. Alcuni non lo hanno capito (qui in Italia) ed è già dibattito. Il problema è che su Black Panther, rispetto ad altri eroi più blasonati, non è stato pubblicato tanto.

I più giovani conoscono Black Panther a partire dalla serie “Marvel Knights” scritta da Christopher Priest e disegnata da vari autori. La serie prepara Black Panther all’ingresso degli anni duemila, ma il personaggio ha una storia tutta particolare.

Nasce come comprimario dei Fantastici Quattro grazie ad una storia di Stan Lee e Jack Kirby. Primo eroe di colore, però che nasce in Africa. L’archetipo è chiaramente Phantom, l’uomo mascherato. Ma Pantera Nera si fa volere bene a livello autoriale, tanto che in poco tempo entra nel team dei Vendicatori, facendosi rispettare tra l’altro.

Ma all’ombra nessuna serie. Sono anni particolari in America. La Marvel preferisce andare sul sicuro. Ma è negli anni 70’ che Black Panther comincia ad avere le sue avventure in solitaria.

C’è uno scrittore che non viene mai nominato. Bene, gran parte del mondo di Black Panther si deve in verità a lui e a nessun altro. Stupisce che non si sia ancora fatta una serie di ristampe delle sue storie, perché il Black Panther scritto da Don McGregor è tra i fumetti più sperimentali e audaci che ci possano essere. Fumetti che però hanno avuto una vita breve.

Black Panther non ha avuto grande fortuna (tra il popolo bianco), ma divenne un idolo della comunità nera.

Bisogna aspettare gli anni 80’ per avere un’altra storia degna del personaggio. Don McGregor (ancora lui) orchestra una lunga saga sulla rivista “Marvel Comics Presents” con le matite fenomenali di Gene Colan con una lunga storia lunga almeno 25 capitoli, la più lunga. Certo, la rivista in questione era antologica e ospitava storie di otto pagine per personaggio.

S’intitolava Panther’s Quest, e in Italia fu pubblicata sul mensile di Silver Surfer pubblicato da Play Press.

Peccato che non sia stata ristampata in volume. Un vero peccato.

Okay, la storia non è facile. Qui vediamo un Black Panther violento, cupo, reale. I nemici sono realistici. La storia non è fatta per un pubblico di adolescenti. Colpisce, ma soprattutto colpiscono le matite coraggiose di Gene Colan, qui in una delle prove più mature della sua carriera.

Ecco, poi c’è stata una miniserie abbastanza sperimentale che ne rappresentava il seguito ideale. E poi poco o nulla, se non apparizioni sulle altre testate Marvel, sino a quando non arriva Joe Quesada con il suo progetto Marvel Knights.

Un crescendo continuo che ha portato poi alla realizzazione dell’omonimo film che si sta rivelando un grosso successo.

 

 

Per quanto il restyling operato nel film te lo fa vedere come un personaggio quasi del tutto nuovo, in verità molto del film deve a Don McGregor, che prima di tutti aveva capito l’enorme potenziale del personaggio.

Re T’Challa sente il peso sulle spalle del simbolo di Pantera Nera, ma soprattutto sente la responsabilità di guidare il suo popolo e di far rispettare la legge nel suo paese. Affronta le prove a viso aperto, ma preferirebbe un’altra vita. Un conflitto tra re e guerriero continuo, dove non esiste lo spazio per la misericordia verso il proprio io. Perché T’Challa è prima di tutto un re, e deve dare l’esempio. Non ha tempo per fallire, e nonostante le ferite che riceve nelle sue avventure lui deve resistere.

Certo, questo è un riassunto striminzito.

Ma il Black Panther di Don McGregor è un fumetto adulto. Ha il merito di allontanarsi dagli altri archetipi africani (il Tarzan letterario e il Phantom di Lee Falk), e di diventare un personaggio unico.

Certo, anche il Black Panther di Christopher Priest ha i suoi meriti. Ma agisce all’interno di una struttura progettuale che porterà poi Joe Quesada a diventare uno dei boss della Marvel, quella Marvel che porrà le basi per il nuovo millennio, dove finalmente riusciremo a vedere quei film che gli eroi meritano.

Singolare è che nessuno degli scrittori big si è mai occupato di Black Panther. Cioè, non c’è stato nessun Frank Miller, nessun Alan Moore, nessun John Byrne ad occuparsene. La Marvel lo ha spesso tenuto sottobosco. Anche negli anni duemila Black Panther è stato protagonista di ottime serie, ma non best seller. Per di più curate sì da ottimi autori, ma sempre poco conosciuti. E forse sta qui la forza di Black Panther. Un personaggio preso e ripreso che ha dato spazio a vari restyling, anche estremi (la parentesi Black Panther – Man without Fear dove T’Challa sostituisce Matt Murdock/Daredevil poteva essere banale, ma invece è stata a suo modo intelligente e intrigante), e di conseguenza aperta alla sperimentazione.

Quindi non c’è da stupirsi che chi ha visto il film lo abbia trovato diverso da altri film Marvel Studios.

Ora, però, il film ha dato una nuova fama. Potrebbe essere un problema (Blade ne è stato un esempio: funziona al cinema, ma non dura in pubblicazioni di lunga durata), ma potrebbe anche portare una ventata di novità.

Già il fatto che Black Panther faccia parte della nuova squadra dei Vendicatori è una garanzia. Intanto, però, il personaggio continua a essere affidato ad autori bravi (non big) che stanno dando il meglio di sé.

Solo che non bisogna dimenticare il lavoro di Don McGregor, perché lui si è trovato a scrivere di un eroe su cui nessuno puntava, un eroe incompreso, ma vincente nel tempo.

 

Aurélien Facente

marzo 2018

 

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