Piccolo Grande Uomo Atto I (Tutto ha un inizio)

Giuseppe Parretta in una foto di Aurélien Facente

 

Tutto ha un inizio

 

L’inizio. Tutto parte da un inizio. Il mio cuore è scombussolato. La mia anima è fatta a pezzi. Sono giorni difficili, ma vanno affrontati. Soprattutto se tu sei ancora in vita, sopra le tue gambe, seduto davanti alla tastiera di un pc, cercando di trovare le parole giuste per raccontare un eroe.

Chi è un eroe oggi? Sarebbe facile dire che gli eroi esistono soltanto sui fumetti, e che magari sarebbe bello vedere Batman volteggiare sulla città e combattere i tanti cattivi che infestano le strade. Sarebbe facile dire che ci sono già gli eroi che sono vestiti da poliziotti, carabinieri, pompieri, medici. Ed è vero che lo sono, sapendo che tra loro ci sono vere persone appassionate del loro lavoro, disposte a sacrificare qualche minuto in più del loro turno pur di soddisfare il desiderio di vedere salvata una vita in più.

Ma c’è un altro genere di eroe. Quello che non ti aspetti di conoscere, quello che non t’aspetti che lo possa diventare. Magari lo incontri tutti i giorni, e tutto diresti tranne che possa essere un eroe. Un eroe senza nome, un eroe il cui aspetto ti fa pensare che non possa esserlo, perché dannatamente troppo normale.

Il termine “eroe” non lo dai a tutti. È qualcosa che va guadagnato, giorno dopo giorno. Per qualcuno è necessario molto tempo, o basta anche un attimo, un piccolo gesto, perché una persona possa diventare un eroe.

Tu, caro Giuseppe, sei un eroe.

In questi giorni ho visto tante fiamme accese per te, piccolo Giuseppe.

Fiamme che non avrebbero dovuto essere accese a dire il vero.

Perché per me e per le tante persone che ti hanno conosciuto è molto difficile sapere che sei andato via. Se poi devo parlare di me, sì, caro Giuseppe, tu sei parte di me, una cicatrice che mi fa male ma che sono orgoglioso di portare. Perché mi hai saputo conquistare come amico, come artista, e come “zio” in un momento della mia vita dove non nutrivo molte speranze.

Si è scritto tante di te in questi drammatici giorni. Inevitabile leggere il tuo nome, e soprattutto vedere alcune foto scattate da me. Mi faceva male guardare il tg o leggere i giornali, e rivedere quelle foto che ti scattai così per gioco. Ho rivisto le tue foto una da una. Non ce n’è nessuna dove mostravi uno sguardo triste. Eri pieno di vita.

Lo sei tuttora, Giuseppe.

Perché dentro di me continui a vivere. Continuerai a farlo. Te lo assicuro.

Mai lo avrei detto, e neanche ci avrei scommesso, ma ho deciso di scrivere della nostra amicizia, di scrivere di te, di dare una testimonianza di quello che sei stato e che sei sempre stato. Ti ho conosciuto che avevi quindici anni, e ti ho visto diventare Uomo.

Uso il termine “Uomo” perché te lo sei meritato nel tempo. Avrei voluto dirtelo di persona, ma purtroppo qualcosa di troppo crudele non me lo ha permesso.

Però spero, caro Giuseppe, che tu mi permetterai almeno di raccontare la nostra amicizia, e attraverso essa far capire quanto nel tempo ti sei guadagnato non solo il termine “Uomo”, ma soprattutto il termine “Eroe”.

Grazie per l’amicizia che mi hai dato, grazie per avermi giudicato per quello che sono, e soprattutto grazie per avermi capito e avermi visto sotto la luce giusta.

Perché tu, caro Giuseppe, eri realmente una “luce giusta.”

L’antefatto

Quando si scrive una storia c’è sempre un inizio. E talvolta l’inizio non è dei migliori.

Tutto comincia con la morte di Girolamo.

Un uomo di cui avevo sentito parlare negli anni, ma non si presentò mai l’occasione di conoscersi. Il classico caso di due estranei nella stessa città. Magari sappiamo l’uno dell’altro, ma non ci si conosce, se non per sentito dire.

Un giorno, Girolamo all’improvviso lasciò il mondo terreno. Il suo cuore cessò semplicemente di battere. Non lo conoscevo, ma amici più grandi di me sì. E mi raccontarono della storia di quest’uomo molto positivo. Un uomo che però lasciava tre figli.  Una morte che mi rese triste, man mano che i giorni passavano. Mi succede sempre quando scopro la positività di un individuo che non ho potuto conoscere.

Mi ricordo che per giorni i suoi amici, che erano anche i miei, mi parlavano di questa morte ingiusta, del fatto che aveva lasciato dei figli minorenni che ora potevano solo nutrirsi del suo ricordo.

Già. Brutte circostanze.

Per quanto ti possa dispiacere, se non conosci la persona, continui a vivere la tua di vita. Perché non è toccato a te. E poi perché nel mondo ci sono altri sette miliardi d’individui che potrebbero vivere la stessa sorte potenzialmente, e quindi, per puro istinto di sopravvivenza mentale, ci metti una ics sopra e vai avanti.

Ma il destino, la casualità, la combinazione… Sì, la vita sa essere beffarda nei confronti di chi se ne vorrebbe fregare.

Un giorno, al Columbus Bar, apparve un ragazzino di quindici anni. Snello, con il ciuffo nero, aspetto da fighetto. A Crotone si definiscono “pischelli”, ragazzini che giocano a fare i grandi ma che in realtà hanno molto da imparare. E io non sopporto facilmente i pischelli crotonesi.

Già, Crotone e il sottoscritto vivono un rapporto conflittuale.

Un rapporto sofferto, anche se negli ultimi anni i molti bulletti che ho conosciuto sono diventati in pochi.

Già. Non ho avuto una bella fama.

Ecco. Il mio blocco psicologico era dovuto ad anni passati a combattere prepotenze di bulli di tutte le età: dai più grandi ai più piccoli. Non sto a spiegare la mia storia contro i bulli, però le conseguenze psicologiche sono tremende. Si vive sempre con la sensazione di “stare sull’attenti”, e questo può compromettere dei rapporti. Ma quando subisci attacchi per anni, è inevitabile diventare diffidenti. E questo ai bulli non lo puoi spiegare, perché non lo capiscono.

Io vidi per la prima volta Giuseppe al bar Columbus. Non ci presentammo subito. Lui sapeva che ogni tanto venivo a fare il fotografo ai concerti, mentre lui era un giovanotto che si stava “formando” in senso lavorativo.

Non prese subito confidenza con me, e la questione era reciproca. Il fatto era che arrivò in un momento difficile per lui, mentre io uscivo da un altrettanto periodo difficile (tra l’altro durato qualche anno).

Di solito, non mi affeziono ai dipendenti di un bar, anche perché si tratta di un luogo di lavoro dove, e succede spesso, i dipendenti cambiano dopo un tot di mesi. Poi a Crotone è visto come un lavoro momentaneo, salvo poi cercare di fare un salto e aprirsi la propria attività ristorativa. L’età media del personale è spesso giovane. Perciò affezionarsi diventa difficile, una trappola. Non nego che alcune amicizie siano nate, ma poi quando si lascia un posto di lavoro si lascia tutto, comprese determinate conoscenze.

Ma in quei giorni il comportamento di Giuseppe non mi passò inosservato. Rispettoso, mai una parola fuori posto, un comportamento impeccabile nonostante qualche colpo di testa. Parliamo sempre di un ragazzo di quindici anni, costretto a crescere in fretta, ad adeguarsi. Poi io non ero il tipo di chiedere, soprattutto all’inizio, che cosa non va, ma poi mi resi conto della rarità presente in questo giovanotto.

È raro conoscere un ragazzo che conosce bene la parola “rispetto”. A quindici anni poi.

Quindi diedi un calcio alla fottuta diffidenza, e così iniziò l’amicizia con Giuseppe.

 

Continua..

Aurélien Facente, 2018

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