Tra il Giorno della Memoria e i giorni della violenza, ho riscoperto Maus

 

Leggo, e a volte rileggo. Non mi piace giudicare un’opera solo da un primo ascolto, una prima visione, una prima lettura. Magari ci si può tanto innamorare di un’opera da volerne parlare subito. Ma il coinvolgimento emotivo, subito dopo lo stress positivo di una lettura, a volte può trarre in inganno perché ci si fida più della sensazione piuttosto che del contenuto.

Giorno della Memoria. Mentre in tv passano i soliti film noti sull’Olocausto, ecco che mi ritrovo a riorganizzare un po’ la mia biblioteca, e mi ritrovo un libro unico, Lo comprai quando c’era ancora la lira. Lo feci a Cosenza, nella ormai defunta libreria Domus, e non mi pentii di aver speso 24000 lire per un libro a fumetti, o graphic novel come s’intende oggi, che s’intitola Maus.

Avevo venticinque anni quando la comprai. La lessi, la sfoglia, la guardai. E poi in un angolo della mia biblioteca. Non la volli rileggere subito. Primo perché feci l’errore di divorarla tutta in una volta, quando forse era giusto fermarsi.

Art Spiegelman, l’autore, lo fece. Tanto che il volume si divide in due parti, e dietro ci sono stati anni di lavoro, con cui lo stesso Spiegelman venne a patti con se stesso (cosa tra l’altro ben descritta e narrata).

Bellissimo libro con una storia unica e vera, non ipocrita, ma tremendamente umana.

Certo, nel libro non ci sono umani. Si parla dell’Olocausto, visto attraverso gli occhi di Vladek, il padre di Art, ovvero un uomo che racconta la sua personale odissea dentro un vortice di crudeltà quale fu il campo di sterminio di Auschwitz.

Gli ebrei sono ritratti come dei topi, e i nazisti come dei gatti.

A primo impatto sembra di avere a che fare con un’opera tipicamente satirica, ma man mano che sfogli le pagine, ti rendi conto che Maus va ben oltre.

Spiegelman fa un lungo viaggio attraverso il racconto del padre, dove conosciamo tante vicissitudini famigliari e la volontà, soprattutto, di vivere semplicemente una vita dignitosa. Conosciamo Anja, la mamma di Art, che purtroppo deciderà di togliersi la vita (e Spiegelman ci offre in tal caso anche una lezione di sincerità verso se stesso e l’enorme amore nel cercare di comprendere attraverso il racconto di Vladek la storia della sua famiglia, di cui una buona parte non riuscirà purtroppo a conoscere).

L’aspetto autobiografico provocò del dissenso, nel senso positivo del termine, in me, quindi decisi di metterlo ben al sicuro nella mia biblioteca e di aspettare il momento giusto per rileggerlo con calma e con più amore.

Negli anni successivi, sapevo dov’era il libro, ma non lo toccavo. Non tanto per paura, piuttosto per attesa che io stesso maturassi e me lo potessi gustare con gli occhi giusti. Ci voleva tempo, il tempo necessario perché risolvessi alcune situazioni personali (in sostanza mi rivedevo in Art Spiegelman per come descriveva il rapporto conflittuale con il genitore, un rapporto però destinato a risolversi in qualcosa di profondamente sincero e unico).

Poi passano gli anni, ritorna un nuovo Giorno della Memoria, e nel frattempo c’è anche qualche notizia di brutta cronaca dove, a parte le vittime, l’odio prevale.

 

 

Mi estraneo, e decido che forse è giunta l’ora di riaprire Maus e leggerlo di nuovo. Leggerlo non solo sotto l’aspetto storico e culturale dell’opera, ma soprattutto sotto l’aspetto umano.

Maus è un lungo racconto che ti parla sì di violenza e di odio, ma ti parla anche di come l’amore e la responsabilità verso l’altro ti portino a sopportare le fiamme dell’inferno. Perché Vladek sopravvive all’Olocausto, ci vede morire parecchia gente tra cui anche molti della sua famiglia, ma la sua forza deriva dalla speranza di poter abbracciare di nuovo Anja, la donna che aveva saputo amarlo e comprenderlo.

Banale, direbbe qualcuno. Sbagliato. Il vero sentimento fortifica le persone a tal punto che possono anche attraversare l’Inferno, e solo perché spinti dalla speranza di poter riabbracciare l’amore.

E allora in quei topi non vedi una denigrazione, ma un’esaltazione della vera umanità fatta di persone che volevano soltanto vivere tranquille e che in qualche modo volevano contribuire al miglioramento della società.

Art Spiegelman è bravissimo nel non soffermarsi sulla morale, sugli eventuali processi da fare. Racconta il suo tormento personale, ma racconta anche il suo amore. Un amore nascosto verso un padre che ha imparato a capire, quindi ad amare. Un padre che riesce in qualche modo ad aprire il suo cuore, seppur ferito da anni di sofferenza dovuti alla guerra e alla prigionia.

Un’opera senza tempo che può essere letta e riletta, anzi deve essere letta riletta.

Di Maus esiste solo il libro. Non ci sono film adattati. E forse è meglio. Perché Maus va gustato lentamente, va capito. Sin dal prologo, Maus colpisce duro allo stomaco. Ci dice di mettere da parte l’orgoglio e di prepararsi a capire che cos’è l’umanità.

Esiste la cattiveria, ma dentro un mondo cattivo si sviluppa una storia unica in tutti i sensi. Una storia che ti fa capire che vale la pena vivere, di risvegliarsi all’alba. Maus racconta di ferite che non possono guarire, ma in Vladek, sotto quella scorza dura, vedi un uomo che ne ha passate tante e che non cerca di giustificarsi. Spiegelman lo scopre attraverso il racconto dettagliato di un’esperienza durissima, difficile da capire.

Tu non leggi solo la vita travagliata di Vladek, ma partecipi anche alla vita di Art che alla fine si decide ad affrontare la verità nel miglior modo possibile.

Maus è un libro pubblicato in Italia da Einaudi. Cercatelo, leggetelo, regalatelo a chi vuole leggere una storia diversa dalle altre. Regalatelo o perlomeno consigliatelo a coloro che sottovalutano i drammi storici, le conseguenze devastanti di sistemi violenti. Sarebbe bello leggerlo nelle scuole, ma siamo in Italia, e certe cose te le devi andare a cercare…

Ho scoperto e riscoperto quest’opera da adulto. L’ho riletta con enorme piacere negli ultimi giorni, e mi sono appassionato. Avrei voluto avere con me quel professore di storia e italiano nelle medie che sbeffeggiava il fumetto. Un prof che non vedo da anni.

Ammetto di aver pensato a lui per una storia che è di poco conto adesso. Una storia che forse racconterò.

Ma non qui.

Ho appena letto un libro che mi ha insegnato tanto, e vorrei qui, in questo blog, scrivere, ribadendo, che Maus è un’opera fondamentale per capire la Storia. Non l’ha scritta un vincitore, ma un figlio che voleva amare suo padre.

E credo che questo sia un vero atto di sincerità.

Grazie, Art Spiegelman.

 

Aurélien Facente

febbraio 2018

 

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