14 ottobre 1996, Crotone: una storia da ricordare non solo per l’alluvione

 

Avevo appena compiuto diciotto anni. Frequentavo il Liceo Classico Pitagora. Ultimo anno. A scuola non ero un granché. Lo ammetto. Non volevo essere un granché. Volevo che l’ultimo anno passasse soltanto liscio. Non avevo passato un bel periodo nei mesi precedenti (questioni personali), e volevo soltanto staccarmi psicologicamente dal brutto periodo.

Però era l’ultimo anno di scuola per me. Come me, tanti altri ragazzi.

Poi quel giorno del 14 ottobre si mise a piovere.

Ad un certo punto la corrente se ne andò, e restammo al buio. Il cielo s’era fatto cupo, e le lezioni s’interruppero così, senza motivo apparente. Ci fu un silenzio strano. Cioè, la scuola era piena di ragazzi. Gli insegnanti c’erano. Un giorno normale, ma quella sensazione di silenzio… Una cosa strana… La verità? Era la pioggia. Un po’ più forte del solito. La nostra preoccupazione fu di tornare a casa e basta, senza neanche bagnarsi troppo.

Il turno di scuola finì un po’ prima, perché la corrente elettrica non tornava.

Fu la sola buona notizia per i ragazzi. Terminare un po’ prima le lezioni.

Ma quel cielo grigio… Ancora lo ricordo bene… Ci penso ogni volta che passo dal Liceo Classico. Uscii da scuola in un momento che non pioveva. Mi preoccupavo soltanto di tornare a casa, e di terminare la mia giornata tra vari fumetti.

Invece…

Durante l’ora di pranzo si ebbero notizie sconfortanti. La città si era bloccata.

Papà tornò più tardi dal lavoro (era insegnante a Isola di Capo Rizzuto), e disse che l’avevano obbligato a fare un altro giro, che di fatto gli allungò il percorso.

Che cos’era successo? Era la domanda che mi frullava nella testa, e nel 1996 non c’era internet. Dovevi aspettare il tg per le notizie immediate.

Poi le prime immagini dell’alluvione.

Un’onda di distruzione nella città.

Passa il tempo, e poi i nomi dei dispersi, poi morti.

La città divenne in pochi attimi una terra di nessuno.

Tutto si fermò.

Ed io, come altri ragazzi, ci trovammo a vivere una delle settimane più strane della nostra vita. Non riuscivamo a comprendere quello che era appena capitato. Cioè, io ero fortunato perché abitavo in una zona lontana dal fatto, ma tremendamente vicina. L’ondata non m’aveva colpito. Anzi, abitavo in uno dei pochi palazzi che l’acqua corrente se la poteva permettere. Ma a due passi da casa, tutto si trasformò in un gigantesco campo di soccorso.

La mattina scendevo sul Comune, e vedevo le autobotti piene d’acqua e interminabili file di persone con varie borracce per prendere razioni. E poi i racconti che sopraggiungevano. Una settimana lunga dove non potevi riposarti mentalmente, dove non sapevi che fare se non prestare un minimo d’aiuto se avevi una coscienza. Una settimana snervante prima di ricominciare la scuola (il Liceo Classico non era stato colpito). E poi si fecero i nomi delle vittime (pochissime rispetto ad altre realtà alluvionali, e fu molto duro immaginarsi che fu tutto frutto di un mostro dovuto ad un temporale eccezionale. Vittime di una tristissima casualità.

L’alluvione non fu causata dal maltempo che fece ingrossare già di per sé il fiume Esaro (che colpì in modo violento tutti quartieri limitrofi), ma perché cedette un pezzo di cavalcavia nord sul fiume, e questo fece da diga e impedimento, causando tutto il disastro. Un evento casuale e sfortunatissimo.

La città di Crotone era inevitabilmente costretta a cambiare, se non altro perché già da qualche anno stava cercando una sua identità dopo la chiusura industriale.

Passai quella settimana a pensare parecchio, a fare volontariato silenzioso, a cercare di essere utile in un altro modo. Non mi sporcai le mani di fango a dire il vero. Per fortuna c’erano altre persone a farlo.

Mi occupai di fare il facchino per quelle persone che non potevano muoversi (e ne conoscevo un po’), soprattutto portando acqua a chi ne aveva bisogno.

Poi passavo dei momenti ad avventurarmi in zone silenziose. Avventure solitarie.

E la sera t’incontravi con gli amici, e ascoltavi i loro racconti, in parte molto agghiaccianti e terribili. Si avventuravano nel quartiere Gesù, e raccontavano storie di abitazioni improvvisate, ed era solo l’inizio della storia. Ascoltavo quelle storie con attenzione, e andavo oltre. Guardavo da lontano quello scenario apocalittico, pensando che l’alluvione stava portando fuori il marcio della città, che s’era accontentata di vivere all’interno di un “sistema” stantio, e quelle erano effettivamente le tremende conseguenze.

Si stava prendendo coscienza che Crotone non poteva restare ancora in quel modo, perciò speravamo che da lì in poi si poteva pensare a costruire una città migliore, un posto migliore, diventare persone migliori…

Sono passati 21 anni da allora.

Le promesse di 21 anni fa… qualcuno le ha mantenute forse, ma molto a livello personale e intimo direi. La città, dopo un’iniziale ripresa (i primi anni dell’era Senatore sindaco), ha poi continuato ad affondare in uno stagno, dove adesso si trova in una fase di stallo enorme e scoraggiante (Crotone è stata maltrattata in tutti i sensi, sia a livello politico che criminale), e oggi si trova ad essere un enorme boh, e questo lo pagano tutti (me compreso).

È inutile nascondere l’evidente. Giusto ricordare la tragedia, le vittime, ma c’è da scrivere anche il resto, da riconoscere lo sbagliato…

Sono passati 21 anni da allora…

Ricordo ancora quel cielo grigio e quel rumore di pioggia che sapeva d’inquietante, e m’immagino quelle poche persone che non trovarono scampo, persone che potevano ancora vivere una vita e costruire qualcosa, vittime sulle quali si poteva e doveva costruire un posto migliore per tutti.

Ora restano dei fiori e dei silenzi, promesse mancate, situazioni precarie, continue situazioni precarie.

Ricordiamo il 14 ottobre, per carità…

Ricordiamo le vittime.

Ma poi ricordate di guardare Crotone per bene. Non guardatela come città. Guardatela come individui all’interno di una città. Guardatela bene. Ascoltatela, soprattutto di notte, nel silenzio.

Abbiate il coraggio di farlo.

Lo dico soprattutto a coloro che si sono succeduti nei posti di potere nella città, ad ognuno di loro. Non so se avete la capacità o la sensibilità di poterlo fare, perché alla fine si tratta di fare i conti con la propria coscienza, e ci vuole molto coraggio.

Ma, detto con franchezza, credo che la risposta sarà sempre la stessa….

Una risposta di silenzio che spiega molto più di migliaia di parole dette e sprecate in due decenni.

 

Aurélien Facente,

ottobre 2017

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