Dietro la maschera di una star

 

Ammetto che la notizia mi ha sconvolto. La morte tragica di Chester Bennington, cantante dei Linkin Park, mi ha reso silenzioso. Avevo bisogno di ragionarci. È da oltre un anno che la morte rende visita a una generazione di artisti della musica con la quale sono cresciuto e maturato. Il mio blog stava diventando un necrologio.

No, non potevo permettermelo, perciò ho preferito riflettere, ascoltare, stare a osservare, leggere le notizie. E affidarmi ai ricordi.

Vidi la prima volta il volto di Chester nel video di “In the End”, una canzone che mi ha molto impressionato tanto da andare ad acquistarmi il cd “Hybrid Theory”. Lo comprai alla cieca quasi.

“In the End” mi aveva impressionato per la semplicità delle parole, che narravano di una caduta dalla quale in qualche modo ci si rialzava. Ma soprattutto fu la voce di Chester a colpirmi, soprattutto nella seconda parte della canzone, dove ad un certo punto è molto delicata, ragionata, non aggressiva. Ascoltai tutto l’album più di una volta. Non ne rimasi totalmente conquistato, ma i Linkin Park avevano qualcosa di diverso.

Da un video all’altro, vidi l’evoluzione dei Linkin Park, ma c’era sempre Chester che m’impressionava. Cambiava look. A volte era aggressivo, a volte era nerd. Per qualche strano motivo, poi non andai ad approfondire tanto la vita dei membri della band.

Però questo particolare di Chester, di cambiare look, di cambiare a volte proprio aspetto, mi fecero capire che dietro c’era una persona con delle fragilità particolari. Certo, la sua voce era enorme, a tratti maestosa, capace di coinvolgerti e di darti una carica d’energia. Ma era sempre il suo sguardo a colpirmi.

Lo sguardo, nel tempo, prende una conformazione precisa. Solo chi è ricco di sensibilità può percepire lo sguardo di una persona che nasconde le proprie fragilità.

Il tempo passa. I Linkin Park diventano la colonna sonora dei Transformers, un film che mi ha fatto tornare bambino, quando giocavo con quei giocattoli trasformabili. Vedo la prima trilogia al cinema, divertendomi. E in tutti e tre i film è sempre la voce di Chester a decretare la chiusura della storia. Poi ti vedi i video, e poi vedi sempre lo stesso sguardo.

Ho ascoltato “In the End” centinaia, migliaia di volte… Mi ha aiutato spesso e volentieri ad accettare la caduta, per potermi rialzare. Soprattutto in un periodo dove avevo un conflitto psicologico con il diabete del quale soffro da 20 anni. Grazie a quella canzone, ho cominciato ad accettar serenamente il mio destino di malato cronico, rendendomi conto che su alcuni aspetti ero limitato, ma grazie a questi limiti ho potuto vedere altri orizzonti.

Ecco perché sono rimasto sconvolto dalla morte di Chester, resa ancora più tragica se pensiamo alle modalità e al perché l’ha fatto. Siamo bravi a essere moralisti.

A volte ci dimentichiamo che dietro una star si nasconde un essere umano, e la storia di Chester ci insegna che la fragilità non si cura con i soldi. Puoi avere tutti i soldi che vuoi, ma questo non ti allontanerà mai dai tuoi demoni personali.

Per affrontare il proprio demone, ci vuole qualcosa di più che il coraggio. Soprattutto se il tuo demone è invisibile, fa parte di te, e non riesci a farlo uscire fuori. Magari riesci a tenerlo a bada, e nel farlo ti riduci a uno straccio.

E poi, mentre cerchi di avere una vita normale, ecco che il demone ritorna… e quando ritorna non si presenta con il portafogli pieno. Il demone non ha bisogno di soldi.

La maggior parte degli altri ti fanno la morale, ti mettono il dito sopra, ti giudicano, mentre tu avresti bisogno solo di una dose di buon ascolto. E riponi la tua fiducia in pochissime persone.

E Chester l’aveva trovata la persona che sapeva ascoltarlo, ma che sapeva anche capirlo. Si chiamava Chris Cornell. Anche lui un’anima fragile, complessa, piena di energia.

Chris se n’è andato. E Chester l’ha seguito.

Si dice che il suicidio sia un atto di codardia. Per certi versi lo è, ma quando si tratta di avere a che fare con i propri demoni. Il discorso cambia. Solo chi lo vive può capire.

Chester, hai scelto tu il tuo destino. Non mi va di condannarti, né di giudicarti. La tua voce mi mancherà tantissimo. Dovrò prendere i cd per riascoltarti, e lo farò con piacere. M’immergerò di nuovo tra le tue canzoni, cercherò la tua voce, ascolterò la tua energia, e forse in qualche modo riuscirò ad accarezzarti.

 

Aurélien Facente

luglio 2017

 

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