Fotografando: Gaetano (di e con Andrea Giuda)

 

   30 giugno 2017.

Il caldo. Avevo paura del caldo crotonese, umido e insopportabile. Quel giorno avevo paura di sentirmi male. Il caldo che arriva all’improvviso è un pugno che mette KO quelli come me, che si chiudono in casa… Poi però ti ricordi che devi andare a fotografare qualcosa a Sala Margherita dentro il centro storico di Crotone.

Macchina fotografica, cavalletto, occhiali da sole e occhiali da vista, cappello, e tutto il kit che serve per difendersi dal caldo. Poi Sala Margherita è una struttura comunale nel centro storico. È fatta bene. Il caldo non filtra, o almeno rispetto all’esterno rallenta l’onda di calore e di umidità.

Da casa, son dieci minuti a piedi, se poi conti la sosta per prenderti il caffè si aggiungono cinque minuti. Di solito di fronte ad un servizio fotografico, mantengo i nervi ben saldi. Sono abituato. Voglio raccontare il soggetto, non solo fotografarlo.

 

Ho un approccio diverso rispetto a tanti altri. Lo so. Me ne rendo conto. Questione di sensibilità, o meglio cerco di nutrire al meglio la mia sensibilità.

Arrivo a Sala Margherita.

Daniele Sorrentino, che si occupa delle musiche dello spettacolo teatrale, è al mixer, occupandosi di luci e di audio.

Andrea Giuda è sul palco, pronto a esibirsi solo per me.

Io mi posiziono. Scena fissa. Fotografia in bianco e nero. Il teatro si fotografa prevalentemente in bianco e nero, a patto che non ci sia una luce giusta, particolare, con costumi super colorati e scenografie mastodontiche dove perdersi.

Ma l’attore va anche fotografato nella sua energia, nel suo modo di esibirsi. Sei un bravo fotografo se non ti preoccupi solo della bellezza del soggetto, ma se riesci a trasmettere attraverso la foto anche il racconto di una storia, di un’energia, di un’anima.

 

Mi sto avventurando in zone inesplorate, ma il bianco e nero è anche l’argomento principale di “Gaetano”.

Ascolto Andrea Giuda, inoltrandomi nel suo modo di essere, di scrivere, di muoversi. Ascolto il testo con attenzione. Andrea, stai andando forte. Hai padronanza sul tuo personaggio, anzi… sui tuoi tre personaggi. Sì, perché “Gaetano” è un monologo, ma ha tre voci principali sul palco. Tre punti di vista che si possono racchiudere nel confronto tra il bianco e il nero.

L’argomento è tra i più dibattuti da sempre: il razzismo, l’accoglienza obbligata dello straniero, l’odio verso di lui…

Stop. Ferma. L’argomento è di per sé forzatamente ambiguo.

Ne vogliamo uscire tutti buoni.

 

Ma soltanto dopo aver affrontato la cattiveria, dopo aver ammesso che la cattiveria esiste e non conosce nomi, razza, pelle, religioni, filosofie.

Per 45 minuti circa, Andrea Giuda è un fiume in piena. Inizia a raccontare la storia. Tutto parte da un omicidio verso una donna anziana, e si cerca il colpevole. Tutti additano il povero immigrato, e allora si ascoltano i testimoni.

Il pubblico ha da svolgere la funzione del poliziotto che ascolta quello che i testimoni hanno da dire.

E alla fine arriva il colpevole… quello che non riusciamo a vedere…

Quello che sembra un racconto contro il razzismo, in realtà è un racconto che narra l’ignoranza, il pregiudizio, l’odio verso anche noi stessi.

 

L’immigrato è soltanto una scusa. Il racconto fa vedere la parte peggiore dell’essere umano, ossia quando cerca di salvare la sua forma, non pensando alla sua essenza. Anzi, meglio puntare il dito contro il prossimo, e se poi è uno straniero ancora meglio.

Il racconto mi fa male, perché in parte l’ho vissuto anche io.

Il male che può causare l’ignoranza, il pregiudizio, la cattiveria.

Ma continuo ad ascoltare appassionato, perché se vuoi combattere il male non devi avere paura…

Alla fine il colpevole si trova. Proprio quello che non t’aspetti. E poi? Poi il monologo termina.

 

“Gaetano” non è un racconto sul quale puoi permetterti di patteggiare con ognuno dei personaggi presenti, e questo è l’aspetto che lo rende originale.

Un artista deve saper narrare il suo rapporto con la realtà, non solo con la fantasia.

Dopo il servizio fotografico, poi mi sono trasformato da spettatore, e son andato allo spettacolo vero. Ho chiuso gli occhi. Ho ascoltato il monologo a occhi chiusi. Beh, la verità è che avendo visto la convinzione di Andrea nel portare a termine il monologo, allora ho tentato il mio esperimento bizzarro. Ascoltare solo il testo.

C’è tanto roba, al 90% tutta roba buona.

C’è un 10%, ma quello racchiude il personale, o meglio l’idea della visione dell’artista. Quel 10% lo conosco personalmente, e non lo divulgherò. Però posso cercare di far capire cos’è quel 10%. Fa parte della crescita, della coscienza di sé, delle proprie potenzialità. Racchiude l’esperienza, ma anche la tua identità. È quello che ti differenzia da tutto il resto rendendoti unico.

Poi c’è il restante 90%. L’autore, l’attore, la performance, la scena, la musica, le luci… 45 minuti che passano bene. Nulla da ridire.

 

Finalmente riapro gli occhi, per godermi l’applauso meritato verso Andrea.

Un bel lavoro, che migliorerà di volta in volta. Sì, “Gaetano” ha un suo fascino. È uno spaccato di società contemporanea. Non difende nessuno in particolare, né ti dà modo di fare uscire la tua parte moralista. L’approccio usato da Andrea non è dei più semplici.

I personaggi hanno degli aspetti molto simpatici, ma poi in realtà ti rendi conto che si sta facendo il ritratto della realtà attuale, fatta di pregiudizi (molti) e di storie che forse andrebbero narrate meglio e con più rispetto. Una critica, ma prima di tutto una verità che non si controbatte facilmente, perché tutto quel che viene raccontato è vero sotto molti aspetti. L’approccio di Andrea, originale, è stato quello giusto. Poteva essere banale se avesse scelto di scrivere qualcosa di “politically correct”, invece ha avuto un approccio molto “conradiano” al testo e alla recitazione. Cito ovviamente “Cuore di Tenebra” di Conrad che raccoglie la migliore descrizione dell’orrore contemporaneo, che potrebbe anche chiamarsi in un altro modo: egoismo umano.

Ad ascolto avvenuto, ho partecipato all’applauso, convinto del lavoro di Andrea che finalmente s’è liberato di qualche cliché per abbracciare la visione del contemporaneo senza se e senza ma,,, scrivendo ed interpretando un’opera che ha sì varie letture, ma che ti concede quel dissenso artistico che ti permette di avviare la riflessione necessaria affinché ci si renda conto che la società, nel bene e nel male, siamo sempre noi, e di conseguenza dobbiamo trovarci sempre pronti ad affrontare le conseguenze delle nostre parole, soprattutto se dettate dalla pura apparenza… perché poi non è detto che “Gaetano” debba essere per forza il mostro della situazione, che per l’appunto poi si rivelerà essere proprio chi non t’aspetteresti (o non ti vorresti aspettare).

Quello che mi rincuora maggiormente è che alla fine nella mia città, al di là delle collaborazioni e delle fotografia, si sta affacciando una narrativa contemporanea che fa uso di più mezzi. Sul momento il lavoro da fare è lungo. Andrea Giuda è solo uno dei tasselli di questo fenomeno contemporaneo, ma se si riesce ad alimentare questa piccola serie di fiamme piene d’energia allora forse possiamo sperare di costruire una società migliore, diversa sicuramente da quella narrata in “Gaetano”.

 

Aurélien Facente,

luglio 2017

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