La dignità di una donna senza nome

E così Crotone torna a far rumore nei tg nazionali. Mamma mia, che arresti eccellenti. Che terremoto. Se ne parlerà e se ne sparlerà. Mi toccherà assistere a discussioni di poco conto, quando ci si dovrebbe chiedere come diamine si è arrivati ad una situazione del genere. Una situazione che è stata ben alimentata nel tempo, e che oggi credo che sia l’inizio di un qualcosa che mi toccherà ascoltare e leggere per settimane, in attesa che le forze di giustizia possano completare il loro sacrosanto lavoro.

Non voglio cadere nella trappola della facile polemica, come se nessuno sapeva nulla. Ma che ci fosse del marcio era evidente. E non da oggi.

Molte storie di cronaca extracomunitaria sono state pubblicate dai giornali locali. Qualche vittima c’è stata pure. Tutto un susseguirsi di situazioni che già in passato ti faceva capire che c’era qualcosa di marcio, ma nessuno si metteva in testa di scontrarsi frontalmente con il pianeta che gestisce il più grande centro d’accoglienza d’Europa. Un marcio che esiste in tutto il sistema, e che purtroppo non si risolverà facilmente, sempre che lo Stato non faccia sentire la sua effettiva forza, ipotesi che purtroppo mi lascia pessimista perché d’ingiustizia in Calabria e in Italia se ne sente parlare tutti i giorni.

Ma non voglio scrivere della vicina Sant’Anna. Non tocca a me. Ci penseranno i giornalisti ad aggiornare sulla situazione, soprattutto quelli nazionali che si son fiondati per capire il malaffare.

Questo marcio mi fa ricordare una storia di qualche anno fa. Non l’ho raccontata a nessuno, perché non sapevo a chi raccontarla. Ma è una storia che ho vissuto. Me la ricordo bene perché avvenne un giorno d’estate, intorno a mezzogiorno, a pochi passi da casa mia.

Verso quell’ora, avevo l’abitudine di scendere con la mia cagnetta di nome Kylie (che oggi non più fra noi). Doveva essere l’estate 2012 se non erro. Sì, era estate perché faceva caldo. Era giugno. Una giornata con un sole pazzesco, e l’aria afosa.

Non la giornata ideale per me.

Per fortuna, nelle vicinanze di casa, ci sono delle zone ombra dove poter rifugiarsi, e così colsi la palla al balzo.

Mi si avvicinò una donna di colore. Era incinta. Il pancione era all’ottavo mese. Il suo viso era sofferente. Qualche giorno prima c’era stato uno sbarco di profughi, quindi non fu una sorpresa vederla camminare per Crotone. Avevo l’impressione che mi volesse chiedere qualche indicazione, cosa per lo più ovvia.

Ma non fu così.

Mi chiese dei soldi, e in cambio di quei soldi era disposta a concedere il suo corpo. Me lo fece capire chiaramente.

La mia reazione? Sangue freddo. Le dissi d’allontanarsi immediatamente da me. Non che la donna mi disgustasse fisicamente (le donne di colore hanno un loro fascino). Mi disgustava che una donna incinta se ne stava lì sola a chiedere soldi ed era pure disposta a prostituirsi. Mi disgustava il fatto che fosse sola, che si fosse messa in testa di perdere la sua dignità per pochi soldi, e in più aveva dentro di sé una vita che poteva anche nascere in quel momento.

Mi resi conto di far parte di qualcosa di marcio mio malgrado. Avrei dovuto chiamare qualcuno, ma quella poveretta non stava commettendo un crimine. Era costretta a farlo perché doveva sopravvivere. Mi venne anche il dubbio che in qualche modo si fosse allontanata di sua spontanea volontà per fuggire da qualche parte, lontana da qualcosa o da qualcuno.

Lo sguardo della disperazione. Quello è uno sguardo che non scordi. È lo sguardo di chi è solo, capace di tentare il tutto per tutto ed è lo sguardo tipico di chi si trattiene perché non vuole arrivare al peggio.

È vero. La trattai male sul momento, ma solo perché non volevo abbassarmi al livello di chi se n’era approfittato. Non sapevo nemmeno se aveva un compagno, oppure se dietro a quell’umiliazione ci fosse proprio un cattivo compagno senza scrupoli.

Ma in quella donna, vedendola attentamente, mi accorsi dei suoi vestiti. Un insieme di abiti messi a casaccio, presi da qualche scatolone.

La richiamai.

“Aspetta! Wait a moment! Do you speak english? Parlez-vous français?”

La donna si girò. Mi fece capire che forse non parlava italiano, ma che capiva il francese, il che era già una benedizione.

Le diedi dieci euro, ma prima le dissi: “Non voglio nulla in cambio. Prendi questi soldi e sparisci. Non è una grossa somma, ma prenditi qualcosa da mangiare e comprati una bottiglia d’acqua. Poi tu te ne torni dritta al centro, e ti fai visitare dal personale medico. Sei una donna che aspetta un bimbo, e tu hai la precedenza. A differenza di tanti tuoi compagni di viaggio, tu hai un qualcosa in più. Usalo. E fammi un favore enorme. Io capisco che sei disperata, e capisco che hai affrontato un duro viaggio. Ma non perdere la tua dignità per qualche spicciolo. Pensa a far nascere il tuo bambino. Di regola non dovrei darti questi soldi, ma devi bere e devi mangiare. L’unica cosa che ti auguro è di andare via da qui il più presto possibile. Addio.”

Mi allontanai. Non mi voltai indietro. Non le chiesi nemmeno il nome. Il suo sguardo di sofferenza era troppo per me. Avrei voluto darle qualcosa di più, ma sapevo che non m’ero approfittato di lei, e soprattutto le avevo mostrato che rispettavo la sua dignità di donna e di mamma.

Certo è che non la rividi più, ma per tutto il giorno mi sentii disturbato perché non è giusto che una donna incinta di qualsiasi colore e qualsiasi razza si trovi a dover esibirsi come merce pur di ottenere qualcosa da bere o da mangiare. Io non potevo essere complice di questa cosa, e non potevo nemmeno permettermi di essere indifferente. Una situazione del genere ti fa capire il marcio che si annida.

Accoglienza. Che accoglienza è quando ti trovi davanti un caso del genere? Perché era stata lasciata da sola a vagare per la città con il pancione? Certo, magari era pure una donna resistente. Ma il suo bambino? Almeno il diritto di nascere in salute… almeno quello.

Mi sono tenuto dentro questa storia. E poi oggi tra tg, giornali e commenti facebookkiani mi ha fatto rivivere la stessa sensazione di allora. Un’enorme sensazione di schifo.

È l’alba. Mi affaccio sul balcone. Gioco con il mio cane un po’, e guardo verso l’orizzonte. Ho la fortuna di poter guardare il mare. E ripenso a questa donna senza nome. Mi chiedo se suo figlio è nato, se suo figlio riesce a crescere in un posto migliore, e soprattutto mi chiedo se quella donna è riuscita a recuperare il sorriso e ad avere uno sguardo migliore verso il futuro.

Non credo che avrò risposta, ma almeno ho la certezza di poter vedere almeno un’alba con il sorriso.

Aurélien Facente, maggio 2017

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