Fotografando: La Medea (un evento di Contemporanea a cura di Scenari d’Aprile)

 

Mi sono voluto prendere un po’ di tempo. Difficile essere fotografo, e poi calarsi nel ruolo di uno scrittore per avviare una riflessione critica su un evento consumatosi in poche ore.

Ora le foto che vedete in quest’articolo sono tratte dal backstage teatrale della Medea, che ha avuto solo un giorno di rappresentazione per la rassegna Contemporanea avutasi lo scorso 10 aprile dentro la Sala Margherita a Crotone.

Mi sono preso qualche giorno per godermi la Pasqua, ma anche per guardare meglio le foto. Sia chiaro. Mi piace fotografare il backstage, ma un fotografo di backstage è totalmente estraneo al vissuto degli attori. Sta lì solo a percepire i movimenti, le espressioni, tutto quello che consegue alla preparazione di uno spettacolo. È bellissimo fare l’estraneo, ma la regola è stata chiara: non si può fotografare lo spettacolo.

Beh, poi finito il backstage, torno a casa e cambio l’abito, trasformandomi in uno spettatore. Avrei essenzialmente preferito cambiare l’abito il giorno dopo, ma va bene uguale.

 

La mia non è una recensione, ma il racconto di un’esperienza.

Ora non vi sto a spiegare chi è Medea. Non lo spieghi in due frasi. Medea è un personaggio femminile della mitologia greca. Una donna complessa, ferita, furente. Di donne come Medea il nostro secolo ne è pieno. Ma Medea resta un personaggio tragicamente complesso, pur facente parte di una mitologia senza tempo.

Medea è l’amante abbandonata di Giasone, contro il quale gli scatenerà la vendetta più crudele. Stop. Non racconto null’altro.

 

Ora l’opera che si è vista a Sala Margherita è un mondo visivo, uditivo, olfattivo. Un qualcosa che coinvolge i cinque sensi.

Farlo dentro la piccola ex chiesa è stato intuitivo sotto vari aspetti, ma guardando la struttura dello spettacolo, forse l’avrei visto in altra sede (che a Crotone c’è, ma rivelerò questo solo ai diretti interessati).

Insomma, alle 21.30, arrivo per vedermi l’ultima replica serale, e accompagnato da una ventina di persone entro nella sala buia, dove a presentarsi sono una decina di donne tutte vestite di nero che si muovono al buio, con vaghe luci di candele. Poi si fermano, e iniziano a raccontarvi la storia.

Il pubblico si trova in piedi, non ha sedie, e interagisce quindi in prima persona. Ecco, la sensazione di essere più lettore che pubblico. Immergersi nella dimensione della storia.

Poi si cammina, e si sente la voce di una giovane cantante, senza strumento, avvolta da un lenzuolo. Canta un brano…

 

E poi arriva la voce narrante maschile, accompagnata da una musica che t’accompagna nella lettura, e ti racconta di Medea… Un racconto che si fa più violento, arrabbiato, sincero…

E poi arriva lei, la ballerina, che si è trovata nascosta da un velo, al buio. Si rivela in tutta la sua bellezza e nel suo fascino, e si muove, raggiungendo il climax della storia.

E poi tutto finisce. La porta si apre, ed esci.

Dimenticavo. C’è stato un brindisi con un bicchiere di vino dato al pubblico… Il gusto, per coinvolgere di più nell’atmosfera onirica che attorniava Medea.

 

 

Ora, non è che si può dire chi è stato bravo o no. Medea, effettivamente, è un mosaico della mitologia classica, perciò per una migliore rappresentazione l’idea di fondere diverse situazioni, coinvolgendo anche il pubblico in un modo più interattivo, riesce in qualche modo a rendere comprensibile il dramma interiore di una donna come Medea.

Ho citato solo un nome: Daniele Sorrentino. Ha scritto delle musiche coinvolgenti, ma non posso dimenticare gli altri ovviamente. La voce tenebrosa di Andrea Giuda, oppure la ballerina Manuela De Angelis, oppure la regista Rosaria Macrì… e le altre… Non dirò chi è stato più bravo, perché ogni elemento è servito per incastrare bene il mosaico. Anche le candele usate per donare un apparato onirico hanno avuto il suo perché. Come spettatore, mi è sembrato di accarezzare visivamente un fumetto di Sandman scritto da Neil Gaiman, che non disdegnava di prendere in prestito per la sua opera elementi della mitologia greca.

 

 

La verità è che si è trattato di un’esperienza forte dal punto di vista emotivo. Non so il parere degli altri spettatori, perché ognuno poi la vive in un modo. Ma l’esperimento di Contemporanea, almeno per quello che ho visto, è riuscito perché ha creato dissenso, che forse è il miglior obiettivo che si possa raggiungere in un pubblico come quello crotonese.

L’arte deve creare dissenso. Non deve per forza piacere a tutti, ma deve far parlare di sé, e a volte zittire.

Esperimento quindi audace.

Si dovrebbe ripetere secondo me. Non oggi, e non subito.

Medea ha ancora tanta energia da dare…

Dimenticavo di dire una cosa importante: questa Medea è ispirata dal libro “Medea, voci” di Christa Wolf, che offre appunto una versione più sensibile del mito.

 

Aurélien Facente, aprile 2017

 

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