Bitter, ovvero la storia di un corto

 

Quelli che state per leggere sono gli appunti che ho scritto durante la realizzazione di “Bitter”, un corto che ho messo in rete qualche giorno addietro. Ho deciso di ricopiarli e pubblicarli, giusto per raccontare che cosa si prova, che cosa si vive, come si fa a tenere i nervi saldi per arrivare sino alla fine del lavoro. Molti sottovalutano il mestiere artistico senza neanche capirlo. Ci si passa il tempo, come si suol dire dalle mie parti. Sì, ci ho passato del tempo, ma si tratta di un lavoro, con la differenza che magari ho la fortuna di fare quello che voglio, e perciò è detestabile. Però anche io, durante questo lavoro, temevo di non farcela, di non arrivare alla fine, di essere inadeguato. Però l’ho fatto… e adesso “Bitter” è in rete. Questi appunti servono anche a far capire qualcosa che sfugge… Beh, signori, una storia ha sempre qualcosa che sfugge… è un gioco per stimolarvi l’’immaginazione…

 

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Titolo: “Bitter”. Si deve chiamare così. Perché è un qualcosa che voglio fare, e tu lo devi realizzare.

Quando ho ascoltato queste parole, io proprio non ci riuscivo a entrare nella testa di Giuseppe. Cioè, è anche vero che ci conosciamo da più di vent’anni con frequentazione quasi giornaliera. Ma… quando ho ascoltato il suo soggetto, mi son detto che era molto difficile. Non impossibile, ma difficile, e di sicuro folle.

Che io sia una presenza abituale al Columbus Bar di Crotone è ormai un fatto risaputo, che buona parte del mio lavoro è legata in quel bar aperto da 30 anni è un fatto alquanto risaputo, che c’è una profonda amicizia che mi lega è un altro fatto molto risaputo, che si raccontano tante cazzate sul mio legame con quel posto è anche un fatto alquanto risaputo.

Il Columbus Bar, a Crotone, è un simbolo ormai. Un giorno, molto probabilmente, si scriverà la storia del Columbus Bar.

Forse la sto già scrivendo adesso. Ma non è di questo che voglio parlare.

 

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Vorrei parlare di questo corto che son riuscito a realizzare dopo una gestazione travagliata, difficile, gestita in un momento in cui io stesso mi consideravo un bell’immaturo. Perché non avevo mai fatto una cosa del genere. Forse ne avevo paura, o forse non riuscivo a entrare bene nell’ottica.

Perché io sono una fottuta scheggia anomala. Io sono il peggior cliente per un barman o per un ristoratore. Ho un cattivo rapporto con il cibo. Non mi posso ingozzare. E non mi posso ubriacare. Ho un fottuto diabete che non me lo permette, e psicologicamente non resto vicino a quello che non posso bere o mangiare, soprattutto se son da solo. In compagnia, sopporto e tollero volentieri. Ma è molto difficile che mi possiate vedere con un bicchiere alcolico in mano. Se mi vedete, vuol dire che il mio diabete concede la pausa, altrimenti niente. Ma non è del mio fottuto diabete che devo parlare. È di Bitter, un corto che è appena uscito che voglio parlare.

Allora, da dove nasce l’idea del mio amico Giuseppe? Dal fatto che abbiamo già girato una serie di spot per il web dedicata ai cocktail che prepara ai suoi clienti. È stato divertente girarli, anche perché poi in fase di montaggio mi divertivo a scegliere le musiche da accompagnare.

Poi un giorno, a novembre, arriva la folgorazione. La grande idea. Dobbiamo fare qualcosa di figo. Anzi, tu la devi realizzare. Mi fido di te, caro Aurélien. Tu devi realizzare “Bitter”.

 

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Ora, dovete sapere che “Bitter” doveva essere all’’inizio uno spot ciuffo, stile quelli che vedete nelle tv locali (a Crotone ci sono almeno cinque/sei tv locali, di cui due son anche regionali), quindi vedere il loro modo di fare spot è molto accessibile, e tutto sommato semplice.

Ma bisogna fare qualcosa di figo. La parola “figo” a Crotone è qualcosa di antropologicamente interessante. Ha a che fare con la parola “bello”, ma non si ha un’idea sempre chiara. Per me la parola “figo” dovrebbe essere accomunata all’originalità, e non andare appresso alle mode altrui.

C’è una cosa che odio. La fretta. Capisco l’esigenza, ma voglio prendere un po’ di tempo. L’idea di “Bitter” nasce a ottobre, ma a novembre diventa un’ossessione.

Non sono un regista di spot. Mi considero un autore, e pur avendo realizzato qualche spot… beh, era di tutt’altra natura… diciamo più culturale…

Perciò, prendo tempo. Ma nel tempo preso realizzo 3 spot da oltre un minuto per 3 cocktail diversi (e se capitate al Columbus ve ne consiglio l’assaggio), e poi un 30 secondi intitolato proprio “Bitter 30s”, uno spot che poi può essere anche il teaser di “Bitter”. Un po’ d’incasinamento pazzesco.

Intanto i giorni passano, e Giuseppe continua ad insistere sulla sua idea, che mi piace sotto certi aspetti, ma non sono la persona migliore per realizzarla. Perché il mondo dei bar è qualcosa da cui mi tengo lontano per non cedere alle tentazioni. Ma in realtà prendo tempo.

Che cosa fai?

 

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Decido di aggiornarmi, di studiare, di vedere quello che hanno fatto gli altri, se esiste materiale. “Bitter” non può essere uno spot, perché lo spot è concentrato su un prodotto da vendere. Non su una dimensione da percepire, a parte che non sia un viaggio alle Bahamas o a Cuba.

Se vuoi fare spot, concentriamoci sui cocktail o sui gelati. Facciamo uno spot standard, ma quello lo lascio volentieri ad altri. Io non sono un regista. Sono un autore che vuole raccontare usando più mezzi, l’ho sempre fatto e “Bitter” non è cosa per me. Beh, in verità mi spavento un po’ perché non riesco a entrare nell’ottica del mio amico Giuseppe, che insiste nel farmi vedere video spettacolari di barman in giro per il mondo. E sono tutti mini-documentari bellissimi, ma… c’è stata una produzione vera e propria, un investimento massimo, e soprattutto del tempo disponibile che andava al di là di responsabilità lavorative e famigliari.

Ma poi, al di là del timore, che cosa me lo impedisce? La favola che sto scrivendo per Natale?

4 spot li ho girati. Ho fatto tante fotografie sul posto, pur non amando fotografare cocktail e cibi. Ma l’arte fotografica richiede anche queste cose. Anzi, fotografare con una Canon un bel cocktail non è semplice, soprattutto se poi si deve vedere il colore bene, e contando che i cocktail te li fotografi quando il bar è aperto, quindi spesso e volentieri con una luce artificiale… Okay, basta lamentarsi.

 

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Prendo tempo. Mi aggiorno. Mi rivedo un film come “Cocktail” di Tony Scott con Tom Cruise. Il film non è il massimo, ma è l’unico film hollywoodiano sulla vita di un barman. C’è anche Cheers, una bella serie tv che ho amato moltissimo quand’ero ragazzo.

Ma è l’idea di Giuseppe che mi porta difficoltà. Un lungo spot muto non ha senso. Il muto ha bisogno di un’impronta narrativa ed estetica notevole, e non abbiamo mezzi hollywoodiani. Senza contare che tutto dovrebbe essere semplice e logico.

Okay, Giuseppe, noi non gireremo uno spot. Noi realizzeremo un cortometraggio. Non so quanto durerà, ma si farà un cortometraggio. Tu lavora sugli elementi del tuo bar, che io poi una storia riesco a realizzarla.

Arriva il mese di novembre, e mi assicuro che Giuseppe ragioni da attore. Voglio che indossi gli stessi vestiti per due notti, perché voglio sbagliare il meno possibile.

E così tra varie confusioni, arrivano le notti decisive. Ne bastano due.

Nella prima notte mi concentro molto sui particolari. Giuseppe mi spiega quello che vuole fare. Il mio trucco è lasciar parlare chi non è attore professionista. Mi appunto quelli che sono i passaggi importanti. Nel corto non si parla. Il silenzio del bar. Solo i frigoriferi e la macchina del caffè parleranno. Ci sarà anche il ghiaccio. Maledico fra me e me quell’amicone di Paolo che aveva dato l’input a Giuseppe. Nella mia testa continuo a dirmi che non sono adatto.

Mi devo affidare solo agli appunti di Giuseppe per il momento. Non è ancora una storia mia, ma la farò mia.

 

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Mi devo affidare solo agli appunti di Giuseppe per il momento. Non è ancora una storia mia, ma la farò mia.

Inizio le riprese. Vai con i particolari. Luci basse, e riprese dei colori, di tutto ciò che è colore. E nel frattempo registri il silenzio, le macchine perennemente parlanti. Riprendo e nello stesso tempo ascolto. Lo sforzo non è dei più semplici. Vorresti essere a letto. Sono le tre di notte di una fottuta notte di novembre. E mi aggiro per il bar Columbus con una telecamera, alla ricerca di un qualcosa. Intanto assemblo. Mi assicuro di non apparire possibilmente in nessun riflesso.

Ogni volta che mi fermo, spiego a Giuseppe che saranno necessarie molte riprese dei particolari. L’introduzione deve avere un suo perché.

Lo so che lui mi vede, e cerca di entrare nella mia visione. Ma anche io cerco di entrare nel suo modo di vedere le cose.

Passano i minuti, e continuo a girare, a studiare l’angolatura, a complicarmi la vita. Ma poi termino i particolari…

Ora c’è da aprire il laboratorio dei cocktail, vedere quell’attrezzatura che non vedi tutti i giorni, ma che di sicuro non trovi sul bancone quando vai a bere. La preparazione. Anche qui particolari e virtuosismi. E poi Giuseppe entra in azione.

Che cosa vuoi fare? Spiegami, io devo entrare nella tua ottica, devo prenderla e renderla mia. Poi la devo scrivere.

Giriamo l’azione. Luci. Entra il barman. Si scopre il laboratorio, e poi arriva anche il ghiaccio a farcii compagnia.

Stop. Basta! Sono stanco. Ci vediamo tra un paio di notti. Devo visionare il materiale a casa.

 

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Giorno successivo visione del materiale, e revisione degli appunti presi da Giuseppe. Riprese ok, ma manca qualcosa.

Poi la seconda notte. Nuove riprese. Si conclude e si aggiungono delle integrative. Giuseppe prepara una scenografia. Mi spiega il suo finale, ma glielo boccio. A qualche barman potrebbe interessare, ma noi stiamo proponendo qualcosa al pubblico. Deve avere un senso logico. E poi non bisogna fare uno spot. Ci sono già gli spot.

Io voglio raccontare qualcosa.

Sembra che stiamo facendo qualcosa senza una sceneggiatura. In realtà ne esistono due. Quella di Giuseppe che vuol far vedere qualcosa, mentre la mia… beh, è il racconto di una solitudine di un uomo con il suo lavoro.

Riprese finite. Ora c’è solo da assemblare. Ma dico chiaramente a Giuseppe che completo il montaggio a gennaio. Ho bisogno di vedere le cose in maniera distaccata. Anche lui è d’accordo.

Scarico le riprese, e le lascio in una cartella nel computer. Non voglio vederle. Mi concentro a terminare la mia favola. Racconta di un Lupo Nero, un guardiano… Mi sto divertendo a scriverla…

Poi passa dicembre. Non oso toccare le riprese. Ma poi a gennaio lo scrittore in me ritorna. Un flash. Un assassino che aspetta la sua preda in un bar, tra silenzi e rumori.

 

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Inizio a scrivere il racconto, ma la scena del bar la scrivo in un altro modo, ricollegandomi a “Bitter”… Ora ho il cortometraggio in mano, ma mi prendo del tempo… Devo scrivere prima il racconto del killer, e poi posso mettere mano al video.

Chiamatela intuizione, se volete. Ma lo staccarsi per un po’ si rivela utile, perché poi nella scrittura mi richiudo nella mia solitudine, e dentro di essa comincio a immaginare, a provare a capire, a vedere un personaggio nella sua solitudine. È una sensazione che ho già provato, ma vengo da un periodo dove sono in qualche modo fuggito dalla solitudine. O forse è meglio ammettere che non ci volevo pensare. Non era un sentimento di fuga, come la maggior parte di coloro che se ne lamentano, ma piuttosto un bisogno di pensare ad altro, di vivere.

Ma la mia scelta l’ho pur sempre fatta da solo. Ma la scrittura di un racconto come “L’assassino perfetto” mi dà il cosiddetto lampo.

 

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Silenzio, solitudine, ascolto. Ecco il trittico su cui giocherò con il cortometraggio. Finisco di scrivere il racconto, e poi torno al montaggio.

Ridiscuto tutte le sequenze. Non devo solo guardare, ma anche ascoltare. E capire quel che voglio raccontare… quel che mi va di narrare.

L’arte del montaggio è l’arte del saper tagliare. Io ho oltre 45 minuti di girato, e il corto non deve superare i 5 minuti.

Ascolto e osservo. Mi detto i tempi. Ogni scena dettaglio non deve superare i 3 secondi, perché la camera inquadra un solo oggetto, per di più comune, e starci sopra più di tre secondi rallenta il corto. Soprattutto se è il silenzio a essere protagonista.

Cerco un ordine preciso. Poi ci sono le scene con Giuseppe, che conoscendo bene quello che fa si muove abbastanza rapidamente, in modo naturale. E poi trovo la chiave di lettura: un uomo che affronta il suo lavoro con il silenzio, oppure il silenzio del barman prima di aprire al pubblico. Ecco che il susseguirsi delle sequenze mi permette di scegliere l’ordine e, soprattutto, il senso logico. Nell’ultima sequenza ci potrebbe essere anche un errore, ma… appena prima che apri, è sempre consigliabile cambiarsi e/o proteggersi dal freddo (siamo alle porte dell’inverno).

Comunque voilà. Adesso ho il film. Ci vuole qualche spuntatina, ma adesso ho tagliato il grosso. Ho ridotto fino a meno di 5 minuti, ma alla fine che brano scelgo?

Voglio dei titoli di coda che siano semplici, ma con un brano non pesante. No rock’n roll, no italiano, no pop… Ma certo… Posso usare qui brano dello spot del cocktail… Come si chiama? Intro… Certo… La mettiamo alla fine, e ci sta bene dopo quel rumore che chiude il corto…

Bene, bene, bene… Un lavoro di una settimana tutto racchiuso in questi cinque minuti.

Ma mi stacco. Giusto una serata. Devo frenare gli entusiasmi.

Le scene filano liscio, e così anche l’attore protagonista fila liscio. Ho rispettato la sequenza prefissata. Lo so che si tratta di un corto molto anomalo, di non immediata comprensione. In fondo è un racconto intimo di solitudine che solo chi fa il barman potrà capire nell’immediato.

Già m’immagino la reazione di qualcuno. Ma hai messo dei dettagli pubblicitari. Beh, oggi come oggi non esiste un bar senza marchi, ed è inevitabile fare qualche pubblicità a qualche marchio. Il colore di una bibita non basta a dimostrarne la qualità. La gente vuole sapere che cosa potrà bere. Ma non è pubblicità, perché in nessuna scena c’è la ripetitività del prodotto, a parte quelli che stanno sul bancone, ma quelli restano gli ingredienti. Ah, sì… C’è la scenografia dell’aperitivo… Beh, quella resta pur sempre una piccola scenografia. Anche il barman prepara la sua scenografia a porte chiuse, e dopo aver preparato il tutto… ecco che è pronto ad aprire, magari dopo aver dato un assaggio al cocktail.

Sì, il film è completo. Ne ho il controllo.

 

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Ok, una dormita… e poi lo rivediamo un’altra volta…

Giusto per essere sicuri, anche perché nel frattempo Giuseppe mi ha messo un po’ troppa pressione. Cioè, siamo arrivati a gennaio. Ma ho preso del tempo. Ho anche studiato. Cioè, per completare il corto ho fatto su di me un lavoro d’immedesimazione, e scrivendo il racconto ho trovato la chiave migliore per mettere ordine nel materiale e dare un piccolo senso logico alla storia.

Ma il corto adesso c’è.

Lo porto da Giuseppe a visionarlo. Ci sono anche i ragazzi del bar. Ho bisogno di un parere esterno, di chi non l’ha visto. Ebbene, il responso è positivo… Anche Giuseppe è contento del risultato.

Io non dirò se il mio corto mi piace o non mi piace. Sta agli altri vederlo, capirlo, raccontarlo, comprenderlo, criticarlo, amarlo, detestarlo.

Intanto vi propongo “Bitter”. Buona visione…

Aurélien Facente, febbraio 2017

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Per vedere il corto basta semplicemente cliccare su BITTER

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