Un fiore, un’anima (appunti di vita vissuta)

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Il destino sa essere crudelmente beffardo. O forse siamo noi che ci troviamo impreparati e allora diamo la colpa a qualcosa di astratto, pur di autoassolverci da situazioni che ci rendono deboli, quando in realtà tutto serve per ricordarci che siamo esseri umani, e che non siamo immuni dalle emozioni. Anzi, meglio averle.

Un’intro, questa, che non mi piace assai. Perché non è del destino che voglio parlare. Io voglio parlare di te, Ale, che all’improvviso hai lasciato troppo presto questa vita.

Ieri era il tuo compleanno. Non me la sono sentita di farti gli auguri. La verità è che ormai fai parte di quella schiera di persone che resteranno impresse dentro il mio, dentro la mia anima.

Ieri son capitato sul tuo profilo Facebook, e ho visto quante persone ti hanno voluto bene, e quanto te ne vogliono. Per avere tutti quei messaggi, ci credo. E comunque tu sapevi come guadagnarti il rispetto.

Ci eravamo conosciuti giovanissimi. Ti piaceva giocare con gli altri, ma lo facevi con gran rispetto. Con me usavi il trucco della ragazza innamorata, un trucco che usavano tante altre ragazze di Crotone. Ma non ti spingevi oltre. Ci credo. C’era già qualcun altro nel tuo cuore.

Poi ho saputo che ti eri sposata, che avevi scelto di farti una famiglia.

E così ci allontanammo per motivi dovuti a semplici scelte di vita.

Ci siamo ritrovati anni dopo, entrambi adulti e vaccinati.

Ti ricordasti di me, e mi prendesti un po’ in giro, per ricordarti quegli anni dove tu sprizzavi di vita e di felicità.  Ma quei tuoi stessi anni per me non erano felici. Per qualche tempo ti permisi di scherzare, ma poi ti stoppai, spiegandoti anche il perché. Non mi facesti domande. Avevi capito il mio messaggio. Tu come me sapevi cos’era il dolore, quella cosa che ti lacera l’anima.

Lo sguardo del dolore. Quello non mente. Tu lo conoscevi perfettamente. Certo, non era come il mio. Mi chiedesti scusa, senza fare domande. Lo apprezzai tantissimo. Un gesto, il tuo, che ci permise di scoprire quanto fossimo adulti. E così conobbi anche il resto della famiglia. Tu, madre. Io, invece, che credevo di non meritare che l’amore facesse parte della mia vita. Ti raccontai la mia storia, di come avevo perso la donna con cui dovevo condividere il mio destino. E tu mi raccontasti la tua di storia.

Ci scambiammo i nostri dolori, e così l’amicizia si fece più forte.

Mi piaceva parlare con te. Eri una delle poche che ascoltavo volentieri. Il tuo non abbatterti mi fu molto utile per cominciare a reagire al dolore che mi lacerava l’anima. E tu fosti la prima persona che mi disse: “Pensa alla giustizia, non alla vendetta.”

Questa tua frase mi colpì moltissimo.

Poi la vita ci divise di nuovo. Tu avevi la tua famiglia, io un demone da affrontare con le dovute cautele. Ma uno sguardo su di te l’ho sempre avuto, sapendo soprattutto che tu eri una mamma brava e responsabile.

Poi, alla fine, dall’inferno io ne sono uscito. E non ti nascondo che ho voluto godermela fino in fondo. Tu non mi avresti rimproverato per questo, perché sapevi che uscire dal dolore e guardare in faccia l’orizzonte, con magari l’alba che ti accarezza… e tu sorridi alla fine. Mi avresti detto tranquillamente: “Goditela!”

Però, nel frattempo, era iniziato il tuo. E ho saputo quanto hai combattuto fino alla fine contro quel male, e non potevo starti intorno. Sono purtroppo battaglie che vanno affrontate con l’affetto dei cari. E tu una famiglia unita ce l’avevi eccome. Ho fatto il tifo per te. Non ti vedevo in giro, ma avevo desiderio di rivederti in giro per le strade di Crotone con i tuoi bambini e con il tuo sorriso, e magari avremmo parlato di questa terribile battaglia solo per dirmi: “Ehi, ce l’ho fatta…”

Purtroppo non è avvenuto. Te ne sei andata.

Il giorno che l’ho saputo… ho rivissuto il dolore della donna che amai.

Il destino beffardo. Avevate la stessa età, e soprattutto avevate lo stesso amore per la famiglia.

Mi sono chiuso, allontanandomi dagli altri, nel mio silenzio. Sono stato un egoista, ma avevo un percorso da completare. Perché tu stessa me lo dicesti che per combattere il dolore, dovevo affrontare un lungo percorso. Ed io ero quasi alla fine.

Ho pianto per te, ma poi ho subito sorriso. Una doppia reazione buffa. Perché mi ricordai come ci eravamo conosciuti. Una sera sul lungomare di Crotone, d’estate, a voler giocare con me. Però poi son tornato a piangere, per tutto quello che avevi lasciato, e per il terribile vuoto con il quale la tua famiglia si troverà a convivere.

Ieri era il tuo compleanno. Da qualche parte, avverto il tuo sorriso. Non me ne fai una colpa. Perché sai che ho pensato a completare il mio percorso, e che adesso sono uscito dal mio dolore. Sai che devo apprezzare la vita e che sono fortunato, perché raccontando il mio dolore posso aiutare qualcuno a reagire.

Beh, un po’ questo verdetto lo trovo ingiusto, soprattutto adesso che non posso più scambiare due chiacchiere con te.

“Guarda che c’è gente che sta peggio di te,”  mi diresti.

“Hai ragione,” ti risponderei.

Ale, mi rendo conto che la tua amicizia mi manca. Non l’ho scritto finora perché avevo bisogno di un po’ di tempo per digerire un’altra persona che finisce nel club dei ricordi, e tu non lo meritavi.

Ale, per quel che possa valere ti faccio i miei auguri di buon compleanno. In questo momento il tuo sguardo si poserà sulla tua famiglia, e da qualche parte veglierai su di loro, com’è giusto che sia.

Ieri è stato il tuo compleanno. Per qualcuno sarà stato un giorno tremendo, ma il dolce ricordo che hai lasciato nel cuore altrui sarà la chiave per riprendere a camminare. Non ho voluto scrivere gli auguri sul tuo profilo Facebook. Non serve. Molto probabilmente la cosa non ti fa arrabbiare perché alla fine nella vita conta ben altro, e tu preferisci che io abbia imparato ad apprezzare quello che ho, e questo non è una sconfitta.

Ale, io continuerò a vivere, continuerò a scrivere, continuerò a fotografare. Forse troverò un amore, forse anche io avrò il piacere di avere una famiglia, forse un giorno ci ritroveremo da qualche parte nell’aldilà e ci ricorderemo di quand’eravamo giovani a Crotone. Non lo so.

Di sicuro, però, c’è che ti ringrazio. Per l’amicizia che mi hai dato, e per la sincerità che mi hai mostrato. Almeno un Grazie te lo dovevo.

Arrivederci, Ale.

 

P.S.  Mi son dimenticato di farti un regalo. C’era questo fiore che ho fotografato qualche tempo fa. Non mi ricordo adesso. Un fiore che ho lasciato vivere in qualche giardino della città. Non so perché, ma quando lo fotografai, pensai a te. Bene, eccolo qui. Tanti auguri, Ale.

 

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