La responsabilità di essere se stessi sempre e comunque…

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La responsabilità. Una parola che non si sente spesso, eppure dovrebbe essere citata. Essere responsabili è una dote, un pregio, uno stile. Non appartiene a tutti, e chi è responsabile spesso è visto come qualcosa di strano, soprattutto da chi adora fingersi qualcos’altro. Eppure la responsabilità, come ad esempio il rispetto di una regola, fa la differenza. Ti fa uscire dai guai se serve, e nel tempo è una virtù che ti viene riconosciuta. Oggi non è facile essere responsabili. Ne sono conscio. La cronaca è piena d’irresponsabili che pensano di farla sempre franca, salvo poi che il giudizio collettivo, e lo fa da sempre, condanna l’irresponsabilità, soprattutto quando la stessa è voluta.

Il primo supereroe che ho letto, un tizio che spara le ragnatele e corrisponde con il nome di Spider-Man, ha un suo motto: “Da un grande potere, derivano grandi responsabilità”. Ed è vero, più di ogni altra cosa. La responsabilità vi rende partecipi della vostra esistenza. La responsabilità è quella virtù che permette alla persona che amate più di tutti di poter sorridere di fronte al male. Assumersi una responsabilità vuol dire prendere una posizione, vuol dire dimostrare di esistere e di valere qualcosa.

Il contrario della responsabilità è l’indifferenza. Non quella che si usa per far fronte alle provocazioni del bulletto di quartiere. L’indifferenza è un cancro vero e proprio, sintomo di quell’egoismo che vuol essere a tutti i costi normale dove in realtà non è. Ottobre è stato un mese drammatico, e oggi quest’indifferenza regnante ha generato mostri e drammi che si potevano evitare. Facile fare la morale poi, ma il vero dramma è una domanda: dov’eri quando si poteva e soprattutto si doveva evitare?

Non tutti possono rispondere. Nemmeno io mi autoassolvo dall’indifferenza. Bisogna provarla per capirla, e poi magari provare a scriverla. Perché la scrittura aiuta a chi non conosce di non trovarsi in una situazione estrema, e poi di compiere qualcosa d’irreparabile.

Oggi son passati 5 anni da quando iniziai a pubblicare il primo capitolo di un libro blog che avrebbe ossessionato la piattaforma social per almeno un anno. Oggi, dopo 5 anni, ripropongo il blog in un volume, sempre on line, per dare la possibilità di leggere tutto d’un fiato senza dover ricorrere al blog stesso.

Non voglio parlare delle mie emozioni passate e future sulla scrittura e realizzazione di questo prodotto. Ormai per me la storia si è conclusa, ma oggi credo che sia importante parlarne.

Il fatto di ritornare a parlare di Responsibilities e di tutto quello che ho scritto oggi ha una sua valenza, soprattutto perché oggi più che mai il problema che vi sto per raccontare conferma, se non altro, la questione che ho fatto bene a scrivere di quello che mi capitò qualche anno fa.

Ognuno di noi ha una vita propria con tutte le dovute differenze, e capisco perfettamente la cosiddetta indifferenza a fregarsene degli altri e del loro modo di vivere. In fondo tutti noi siamo presi da quello che viviamo giornalmente, e oggi più che mai non vogliamo ammettere di navigare sulla stessa barca. Ma non mi va di divagare.

La pubblicazione del volume di Responsibilities attraverso la piattaforma Meetale è un atto alquanto dovuto, soprattutto per quello che sto per raccontarvi. Cercherò di essere breve.

Giorni fa, sulla testata nazionale Il Fatto Quotidiano, viene pubblicato un articolo che prende una pagina intera a firma di Selvaggia Lucarelli. L’articolo ha un titolo eloquente: “Così mia moglie si è uccisa per un ricatto su Facebook”.

Leggo l’intervista, seduto a un bar, con molto interesse, e ricado per un attimo nel mio incubo personale. La storia di una donna, mamma di due bambini, che decide di togliersi la vita perché uno sporco ricatto nato da una piccolissima ingenuità le ha massacrato l’orgoglio di essere donna…

Beh, non nego di capire il dolore della testimonianza del marito, e non nego nemmeno di aver versato una lacrima per questa storia terribile.

Perché capisco, avendola vissuta una a mia volta, una situazione estrema dove i nervi e la dignità sono messi a dura prova. Io ho avuto la volontà di reagire e uscirne, anche usando dei metodi discutibili. Ma se ne sono uscito è perché, in prevalenza, sono rimasto me stesso.

Per questa donna non è stato così purtroppo. E, come lei, si sono susseguite anche altre vittime del silenzio.

Allora ho ripreso il blog in mano, e dopo un’accurata rilettura l’ho raccolto in questo volume. Non l’ho fatto per regalarmi l’ennesima pubblicità, ma per raccontare una storia che oggi è attuale. Cioè, io ne sono uscito. Certo, ho avuto i miei danni personali. Ma ne sono uscito. E la mia esperienza può aiutare.

Io sono stato vittima di un fake e del suo modo anomalo di ricattare. So che cosa vuol dire essere umiliati, e arrivare a fare delle scelte estreme. Ma se ne può uscire. Basta semplicemente essere se stessi e non aver paura di mettersi a nudo. È il primo passo da fare, anche se è difficile compierlo in un mondo dominato dall’estetica e dall’apparenza.

La legge, a dire il vero, ha fatto dei progressi in materia “fake”, e finalmente c’è una giurisprudenza. È ancora minima, ma è già qualcosa. Così come il lavoro della polizia postale, che però richiede tempo, un tempo che purtroppo una vittima non riesce a concedersi, perché purtroppo una letteratura sull’argomento è ancora troppo praticata, e non si è diffusa a dovere.

Il cinema e la tv han fatto qualcosa a dire il vero, ma poiché si tratta per lo più di fiction, per quanto piacevole sia, lo spettatore avverte in qualche modo la finzione.

Libri ce ne sono pochi. Tutti thriller, ma quasi mai autobiografici. Il giornalismo se ne occupa, ma non con regolarità. E in tv l’argomento scarseggia. Nei dibattiti si parla di norme, ma non si raccontano le storie.

Ci sarebbe questa mia storia però, che troverete ancora sul blog. Ma qui vi presento il volume che raccoglie tutto. Vi chiedo di leggerlo, di farlo vostro, e di passarlo alle persone che hanno avuto a che fare con persone che usano il web per ricattarle e sottoporle a umiliazioni spietate. Perché è facile ricattare restando invisibili e distanti.

Non so quanto servirà questa mia prima proposta, ma se servirà in qualche modo a far desistere qualche vittima di ignoti fake a rinunciare a fare un gesto estremo, allora è giusto provarci.

Come è giusto provare a essere se stessi, e non aver paura della responsabilità che comporta essere se stessi. Perché è proprio questa responsabilità che ti concede la chiave per combattere il male, e molto probabilmente di vincerlo.

Tra un po’ inizierò le riprese di un mediometraggio intitolato “Cacciatore di Fake.” Ci tengo a farlo. Certo, molto di questo film sarà preso da Responsibilities, questa mia esperienza personale. Lo faccio, però, per motivi d’indifferenza, per motivi legati alla non lettura di cui l’Italia è malata. Un popolo che legge molto, ma guarda molto il video. Perciò adesso vi ripropongo il blog in una formula unica, raccontandovi una storia che potrebbe riguardare voi, o magari qualcuno della vostra sfera. Potrebbe anche capitare a uno dei vostri figli. E vi assicuro che quando vi capita, sulla responsabilità ci ragionerete eccome. Perché la responsabilità è un qualcosa che proviene dal vostro cuore.

 

Il libro Responsibilities lo potete trovare sul sito per scrittori Meetale, e lo potetet scaricare cliccando semplicemente su http://www.meetale.com/scheda-testo/14775809963973637/responsibilities-responsabilit–.html

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