Scrivo, e allora?

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A me piace un sacco scrivere. È un bisogno che mi ha permesso di tenermi ancorato alla vita e potermi creare la corazza necessaria per affrontare la terribile quotidianità della società. Non amo definirmi scrittore, perché non sono soltanto questo. Ho avuto la fortuna di poter praticare più mezzi, e perciò preferisco più l’appellativo di autore. La scrittura racconta, ma anche la musica può raccontare, e così la fotografia, la pittura, la poesia. Dipende sempre da quello che si vuole raccontare, e da come la vuoi raccontare.

Non cerco più consensi o simpatia. Ormai sono schiavo di un’età dove m’interessa più essere quello che sono piuttosto che apparire.

Per alcuni miei concittadini scrivere è un mondo alieno. In fondo solo uno scrittore può capire che cosa vuol dire scrivere.

La scrittura è un’arte intima. Perché alla fine chi ti legge è una persona alla volta, così come avviene in un dialogo intimo tra due persone che si rispettano. Perciò l’autore può restare vittima del pregiudizio.

Io non nego di essere vittima di pregiudizi. All’inizio me ne lamentavo perché volevo essere accettato, ma in realtà il vero problema era che non accettavo me stesso. Ho imparato ad accettare me stesso negli ultimi anni. C’è voluto un trauma fortissimo per capirlo, e l’ho capito. Perché in quel trauma ho capito l’importanza dell’amore. Tanto tempo fa c’era una donna che amava il mio cuore, e voleva che diventassi come il mio cuore. Oggi quella donna non c’è più, ma le promisi a livello personale che avrei fatto in modo di essere l’uomo che lei voleva.

Quello che sto raccontando ovviamente è un riassunto. Io non voglio aggiungere nulla alla figura di autore. Se n’è parlato in tutti i modi, e se n’è scritto tanto. Il problema è che non si può capire lo scrittore, perché lo scrittore è pur sempre figlio di una vita troppo personale. E così avviene con tutte le persone che portano avanti la propria creatività.

Ho capito che è importante essere sinceri nella propria narrazione, ma è anche importante essere sinceri con chi si legge. Mi confronto ogni giorno con gente che dice che scrivo un po’ troppo lungo, ma una delle regole che un autore deve rispettare è la chiarezza, e la chiarezza può essere visibile, ma nello stesso tempo la chiarezza ha bisogno di tempo. Perché la chiarezza non è soltanto vedere, ma soprattutto farsi capire. Io rispetto chi non vuole leggermi o chi ha difficoltà a leggermi. Ma queste sono difficoltà dell’altro, non le mie. Io ammiro chi mi legge, soprattutto se lo fa con una certa continuità. Perché alla fine mi permette di avere un confronto, e di essere ripagato con una certa sincerità cui il mio io ha bisogno.

Non è da tutti leggere, soprattutto con occhio distaccato. Certe volte, come mi capita, ricevo critiche pregiudiziali perché si pensa di conoscermi, quando in verità bisogna andare sullo scritto e avere pazienza se si tratta di un blog.

Il blog è la cosa migliore uscita su internet. Perché è il modo migliore per verificare la costanza e la voglia di evolvere, che sia mia o quella di altri. È uno strumento abbastanza democratico, e rispetto a Facebook il blog deve essere un’identità, altrimenti è vuoto, molto vuoto.

Sto scrivendo. Scrivere mi diverte, perché mi sta mettendo a confronto con una realtà della quale, un tempo, io volevo evadere, ma poi mi ha fatto capire che un autore che non si confronta con il proprio passato e con il proprio presente non può minimamente permettersi di proporre qualcosa di buono per il futuro. Nel blog so che non scriverò alla perfezione, e so anche che non potrò piacere a tutti o essere capito. Io, intanto, scrivo e se creo qualche dissenso… beh,  allora vuol dire che come autore, nel bene e nel male, colpisco.

Ho ritrovato il piacere di scrivere. Ho aspettato un po’ per capire se non si trattava di un’esplosione momentanea. Certi traumi sono difficili da guarire, e allora quando ho capito che ormai mi metto a scrivere quotidianamente senza curarmi troppo del domani… Beh, sono guarito. E mi sembra che sia una gran bella notizia, non per tutti ovviamente.

Ai pochi crotonesi che mi prendono in giro, pensando di offendermi per giustificare il loro piccolo ego rispondo spesso e volentieri: “Faccio schifo? Proprio perché scrivo? Tu dovresti provare schifo anche per te stesso perché non hai letto nulla di quel che ho scritto, e se non l’hai fatto è perché probabilmente non sai leggere e allora visto che hai il cervello troppo pigro per ammetterlo hai bisogna di affermare in qualche modo la tua superiorità illusoria per dare soddisfazione alle tue carenze affettive, giustificando il tuo egoismo, per non chiamarla ipocrisia, codardia, indifferenza.”

Scusate, cari lettori, se sono stato troppo lungo. Ma a me piace scrivere, e se scrivo vuol dire che sto bene. Mi auguro di trovarvi nei miei prossimi scritti. E mi fate un enorme piacere se ogni tanto vi viene la voglia di commentarmi.

 

 

2 pensieri su “Scrivo, e allora?

  1. Ho scoperto solo da poco il tuo blog, a me piace molto come racconti e scrivi. Non è facile descrivere a parole la realtà di Crotone, sfaccettature di vita vissuta! Avanti così
    Cinzia

    "Mi piace"

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