19.4.2016 – La democrazia ferita

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Non ho voluto esprimermi pubblicamente sul referendum contro le trivelle. Ne ho letti di pensieri espressi da giustizieri che in tutti i modi hanno pregato di andare a votare. Ne hanno scritti di diversi su Facebook. Ma il verdetto del quorum non è stato raggiunto, quindi il referendum è di fatto un fallimento.

Io non dirò che cosa ho votato, e soprattutto se ho votato. Vedetemi come un giocatore di poker pronto a bluffare. Non è il mio sì o il mio no o il mio non voto che contano adesso. Ma state sicuri che non mi lamenterò nemmeno, perché chi non vota non ha diritto a lamentarsi.

Ne ho sentite di tutti i colori, anche sulla mia persona (almeno qui a Crotone posso dire di essermi divertito). Però sono parole che si dissolveranno nel vento. Avrà vinto il non voto, che resta pur sempre un’opinione da rispettare.

La verità dell’astensionismo cronico che perseguita la democrazia italiana ha radici antropologiche, e parte da lontano. L’emorragia di elettori sfiduciati e menefreghisti è drammaticamente cresciuta in Italia, e francamente pensare di attaccare questo triste fenomeno attraverso Facebook è come vedere all’opera Don Chisciotte combattere contro i mulini a vento.

Volete sapere la verità? È una cosa cui bisogna essere consapevoli, almeno se si vuole iniziare a cambiare rotta dalla prossima volta in cui l’italiano verrà convocato alle urne per esprimere il suo parere.

L’italiano, in fondo, ha paura di essere italiano. Non me ne vogliate per questa bestemmia, ma essere italiani in Italia è la sfida vera. Più facile essere italiani all’estero perché si è consapevoli dell’essere stranieri in terra straniera. Ma l’italiano, a patto che non svolga attività politiche sportive e/o culturali, non è uno che quando vi conosce vi dice che è italiano. Vi dirà che è di Roma, Firenze, Milano, Napoli, Catanzaro ecc. Al massimo si limiterà a dirvi la regione di provenienza. Ma non metterà mai al primo posto la sua italianità.

Il problema è antropologico, e intacca così la democrazia, guastandola.

Il voto garantisce il nostro libero pensiero, ma è anche vero che di liberi pensatori in giro non ne vedo assai. I partiti ormai hanno perso la loro forza intellettuale, e tra loro si annidano affaristi che te li compri anche con una semplice salsiccia.

Se poi andiamo a vedere altre derive sociali nichiliste, ci rendiamo conto che la democrazia non è così in salute come si voglia far credere.

Cavour aveva un sogno e ha coinvolto altri soggetti per realizzare questo sogno. Ha sognato l’Italia, e in qualche modo l’ha realizzata. Ma doveva fare gli italiani. Non c’è riuscito perché la cosa richiedeva tempo. Poi un giorno è arrivato Benito. Anche lui voleva fare l’Italia, e poteva riuscirci. Solo che si è trovato a scegliere di frequentare un cattivo soggetto come Adolfo, e ciò ha rovinato tutto.

Poi la guerra è finita, e finalmente l’Italia s’è fatta con tutta la sua costituzione, solo che 70 anni dopo ancora di italiani che agiscono da italiani non se ne vede traccia (tranne nei campi di scienza, cultura e sport dove comunque riusciamo ad eccellere).

Non prendetevela, e non offendetevi minimamente.

Perché tra poco arrivo al nocciolo della questione.

Qualche giorno fa, attraversando una strada del centro di Crotone, un tipo rallenta con la propria auto e mi dice: “Compà, ti ricordi quando ti prendevo a schiaffi al liceo?” Lo ha detto con estremo orgoglio.

Mi sono spremuto le meningi per ricordarmi se questo mulo facesse parte della mia biografia, ma non me lo ricordavo proprio. Non gli ho nemmeno risposto, e l’ho lasciato gioire nel suo orgoglio. Non che io sia migliore di questo mulo. Ma l’accontentarsi dell’essere mediocre è caratteristica antropologica dell’uomo moderno. Sarebbe stato più bello che il mulo fosse sceso dall’auto e avesse aggiunto: “Guarda, mi scuso se interrompo la tua passeggiata, ma volevo scusarmi per i dispetti che ti ho fatto al liceo e se ti va magari ci prendiamo un caffè.”

Bello, vero? Ma non è accaduto. Però poteva accadere se il mulo, invece di accontentarsi di essere mulo, avrebbe aperto la propria mente e proprio cuore per fare qualcosa di meglio. Il mulo, però, ha una sua natura tosta. Difficilmente cambia la propria natura. Quindi a che cosa serve attaccare chi ha preferito starsene in casa e non votare se il mulo non capisce che cosa vuol dire astenersi?

Nel caso del referendum delle trivelle non vedo l’astensione come il male da condannare. L’astensionismo è il più delle volte una conseguenza di altri cattivi fenomeni che partono da lontano. Però da questo referendum in poi si potrebbe far capire ai muli che l’astensione è un male e che va combattuto. Magari gli si regala anche un buon libro di storia e gli si legge la morte di qualcuno che ha combattuto per la libertà. È un lavoro, questo, che richiede tempo e pazienza. Oppure potete aspettare l’ennesima deriva della società e sperare in un’altra guerra mondiale con tutto quello che ne comporta.

Il male, per essere combattuto, va conosciuto e anche vissuto.

Adesso si parla del male dell’astensionismo, e parlarne vuol dire richiamare la coscienza della democrazia. Fidatevi. È già qualcosa. Prima non se ne parlava mai. E non parlandone, la democrazia continuava a essere malata.

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