30.3.2016 – La paura di scrivere = paura di vivere

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In questi giorni ho avuto modo di pensare. È stata una Pasqua abbastanza riflessiva, ma non triste. Anzi, è stata molto allegra. È da un po’ che sono allegro, e a questa positività non ci voglio rinunciare.

Cercavo un qualcosa da scrivere, ma in realtà poi non l’ho fatto. Ho preferito godermi il momento. È da un po’ che succede. Come per la fotografia, la scrittura richiede disciplina e abitudine. Da un certo punto di vista è un ragionamento logico e giusto.

Sin dall’adolescenza volevo fare lo scrittore, e leggendo le esperienze altrui mi rendevo conto non solo del fascino del mestiere di scrivere, ma soprattutto tutti i grandi scrittori erano accomunati dalla disciplina, dall’abitudine di scrivere giornalmente, anche sbagliando.

In passato ho fatto di tutto per disciplinare e per migliorare il mio senso di scrittura. Esperienze che mi sono servite senza ombra di dubbio, ma che mi hanno anche consumato sotto certi aspetti.

Ma il passato è passato. Dopo tanto dolore personale, mi ero reso conto che in qualche modo avevo paura di scrivere. Non c’era soltanto la stanchezza del trauma, ma era subentrata la paura. Certo, il sottoscritto si occupa anche di altro. Ma l’esercizio giornaliero (o quasi, perché vi posso assicurare che non si scrive sempre tutti i giorni) mi mancava.

Tante volte mi sono trovato davanti ad un foglio di carta vuoto, lo schermo del pc su word senza osare toccare la tastiera, oppure mi è anche capitato di comprare dei quaderni senza scriverci nulla. Non è che l’ispirazione mi mancasse, ma mi mancava la forza e il coraggio.

L’anima dello scrittore è complessa. Non è qualcosa che vive secondo una stretta disciplina. In fondo lo scrittore nasce più per tenere a bada se stesso. È un mestiere molto “solitario”, e scrivere a volte è un conflitto con se stessi abbastanza traumatico.

Quando subentra la paura, tutto si blocca. Si procede per tentativi, e magari qualcosa riesce pure. Ma non sei te stesso. Perché lo scrittore deve avere il controllo sulla propria volontà, altrimenti perché si metterebbe a scrivere?

La soluzione per uscire dalla paura è mettere alla prova se stessi, ma soprattutto capire che il miglior modo di combattere questa paura sta in una soluzione molto semplice, ma oggi molto difficile da attuare in una società che ama scegliere la pratica dell’indifferenza.

La scrittura è una responsabilità grossa. Non è da tutti, soprattutto in un’Italia come quella di oggi. La soluzione sta solo in un verbo: scegliere.

Oggi scegliere è il miglior modo per salvare la propria anima, per differenziarsi da chi si accontenta soltanto di accettare quello che viene. Eppure la cura dello spirito non avviene attraverso la semplice accettazione di quel che capita.

Scegliere vuol dire vivere. Perché la scelta è la radice dell’esperienza, quello che ci permette di raccontare, di vivere. Evitare di scegliere vuol dire arrendersi al male, non avere la dignità di affrontare la morte.

Ogni giorno ascolto discorsi assurdi. Non pretendo che gli altri mi capiscano, almeno non sul momento. Capire il senso della scelta richiede tempo. A volte ci vogliono anni per capire la scelta.

Scegliere non è facile. Oggi, nel ventunesimo secolo, vedo parecchi sguardi tristi. Lo vedo in chi è più giovane di me, ma anche in chi è più grande di me. Capisco le loro paure e i loro disagi. Alla fine non sono contenti di loro stessi. Dentro covano paura che poi alimenta una rabbia immotivata perché se la prendono con gli altri, quando in realtà dovrebbero prendersela con loro stessi.

Io sono cresciuto in una generazione molto conflittuale. Sono un classe 1978, e ho pochi amici della mia età. Quei pochi che definisco “amici” sono rari come un tesoro nascosto.

Certo, c’è il meccanismo della lontananza a contribuire parecchio alla cosa, soprattutto quando ti trovi a vivere in una città dove emigrare è sempre la migliore soluzione. Non mi sono mai messo a criticare chi fa tale scelta. Anch’io l’ho fatto e avrei potuto rifarlo. Ma a volte le dinamiche non vanno come vuoi.

Credo fermamente nell’attimo. Ci devo credere, anche perché oltre a scrivere mi “diletto” a fare fotografia. Bene, c’è un attimo in cui la vita ti mette alla prova. Un giorno arriva quella scelta in cui non puoi permetterti di essere indifferente, e nemmeno puoi pretendere di affrontare quella scelta secondo i canoni degli “altri”.

Non faccio il moralista. L’unica regola per uscirne è scegliere di essere se stessi. Puoi anche decidere di non fare nulla, però poi si diventa schiavi di una maschera di finzione e d’insoddisfazione.

Nella vita non tutto va come si vorrebbe e a volte non si può scegliere quello che si vuole. Adeguarsi senza combattere è una scelta ridicola, soprattutto se paragonata alla scelta delle persone che la guerra l’hanno combattuta davvero perdendo molto di loro stessi.

C’è stato un momento in cui ho scelto di essere me stesso, nel bene e nel male.

Perché solo il vero “me stesso” era la soluzione migliore.

Un’esperienza del genere stanca moltissimo, e cambia parecchio pure.

Ne resti marchiato a vita, ma nel momento in cui accetti che la migliore soluzione è essere stesso senza se e senza ma… beh, prima o dopo arriva quella sensazione di libertà che ti permette in qualche modo di sentirti più leggero e più forte, e ti permetterà anche di sorridere più spesso.

Ho smesso di scrivere perché avevo paura del mio nuovo “me stesso”.

Ho deciso di venire a patti con il nuovo “me stesso”. E adesso mi rimetto in sella.

Quindi posso tornare a scrivere.

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